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Il Regno Unito spende di più in difesa ma non sa misurare cosa produce

«La domanda più difficile è se il sistema riuscirà a dimostrare come quel denaro diventerà capacità militare effettiva». Con questa affermazione Ian Ball, John Crompton e Dag Detter, autori di un commento pubblicato dal Royal United Services Institute (RUSI), circoscrivono il vero nodo aperto dal Defence Investment Plan britannico: non tanto quanto denaro sarà destinato alla difesa, quanto se quella spesa si trasformerà in prontezza operativa verificabile.

Gli autori osservano che il dibattito pubblico nel Regno Unito resta ancorato agli input: se la spesa debba salire al 2,5%, al 2,7%, al 3% o al 3,5% del prodotto interno lordo per rispondere alla minaccia russa, rassicurare gli alleati NATO e compensare l’incertezza sulla garanzia di sicurezza americana. Domande legittime, sottolineano, ma insufficienti: un bilancio più ampio non genera automaticamente più capacità militare, come la guerra moderna ha reso evidente.

La prontezza operativa, argomentano gli autori, dipende non solo da piattaforme e sistemi d’arma, ma dalla capacità di manutenerli, ripararli, rifornirli e adattarli attraverso scorte di munizioni, produzione di droni, cantieri navali, depositi, difesa aerea, aree addestrative, basi resilienti, alloggi militari, logistica e capacità industriale di surge. Una nave che non può essere riparata in tempi adeguati, un sistema d’arma privo di munizioni o personale addestrato a sufficienza, una base con alloggi scadenti: tutto questo, per gli autori, non costituisce piena capacità, anche a fronte di spesa formalmente allocata.

Il commento individua nella scarsa tracciabilità contabile un problema non meramente tecnico. Il Ministero della Difesa pubblica bilanci annuali, il Regno Unito compila i Whole of Government Accounts, il National Audit Office ne verifica l’affidabilità; tuttavia, secondo gli autori, il Parlamento non riesce a vedere, servizio per servizio, come asset, arretrati di manutenzione, vincoli infrastrutturali, scorte e passività si traducano effettivamente in prontezza. Se le riserve per passività future risultano sottostimate, avvertono, il bilancio odierno rischia di essere presentato in modo più favorevole a spese della forza di domani.

Per colmare questo divario, gli autori propongono tre strumenti. Un Defence Capacity Statement per ogni incremento di spesa rilevante, che mostri non solo l’importo speso ma la capacità generata, distinguendo tra spesa che mantiene, sostituisce o espande capacità esistente. Un Capacity Schedule pubblicato da ciascun servizio e dai responsabili dei Top Level Budget, con visibilità su condizione degli asset, arretrati manutentivi e colli di bottiglia. Infine una Defence Capacity Map, più ampia di un semplice registro patrimoniale, che classifichi asset bellici, industriali, di personale e di innovazione insieme a passività e dipendenze contrattuali.

Gli autori insistono che questa mappatura non debba trasformarsi in un pretesto per dismissioni patrimoniali gestite dal Tesoro: il precedente dell’accordo Annington sugli alloggi militari viene citato come monito di come decisioni patrimoniali mal strutturate possano danneggiare sia il bilancio sia la forza armata. Propongono invece un meccanismo di reinvestimento: se un servizio individua terreni sottoutilizzati o asset in esubero, una quota definita del valore dovrebbe tornare visibilmente a beneficio della sua capacità operativa, non del Tesoro.

Il commento di GrNet.it

Tre strumenti proposti dagli autori, uno statement di capacità, uno schedule per servizio, una mappa complessiva degli asset, indicano quanto il problema non sia solo britannico: anche in Italia il rapporto tra stanziamenti di bilancio della difesa e reale prontezza operativa resta poco tracciabile nei documenti pubblici. La distinzione tra spesa e capacità richiama un tema che chi ha gestito logistica e manutenzione nelle Forze Armate conosce bene: un sistema d’arma senza scorte di munizioni o senza personale addestrato non è una capacità piena, è un numero di bilancio. Il precedente dell’accordo Annington sugli alloggi militari britannici, citato come monito nell’analisi, ha un equivalente concettuale nelle dismissioni immobiliari della Difesa italiana, dove il rischio di vendere asset in cambio di liquidità immediata a scapito della resilienza infrastrutturale non è mai del tutto scongiurato. Vale la pena chiedersi se anche il Parlamento italiano disponga oggi di strumenti sufficienti per verificare, arma per arma e base per base, come la spesa si traduca in prontezza reale.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 12 luglio 2026

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