Da Indo-Pacifico a Pacifico: Washington restringe il fronte anti-Cina

Il 16 giugno il Pentagono ha annunciato che lo United States Indo-Pacific Command (USINDOPACOM) tornerà a chiamarsi United States Pacific Command (USPACOM), denominazione in uso dal 1947. I funzionari statunitensi l’hanno definita una restituzione di «radici storiche profonde», precisando che l’area di responsabilità del comando, dalla costa occidentale americana al confine marittimo occidentale dell’India, resterà «esattamente la stessa». Sarang Shidore, in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, sostiene però che dietro il cambio di nome si celi una revisione strategica ben più sostanziale.
Secondo l’autore, il gesto va letto insieme ad altri segnali già emersi nella National Security Strategy pubblicata dall’amministrazione a novembre 2025: la retrocessione del Quad, il gruppo che riunisce Stati Uniti, India, Giappone e Australia, dal livello dei capi di stato a quello dei ministri degli esteri, e la scomparsa progressiva del termine «Indo-Pacifico» dal linguaggio ufficiale, come dimostra il discorso del segretario alla Difesa Pete Hegseth allo Shangri La Dialogue di Singapore, in cui ha usato sistematicamente «Pacifico».
La strategia, sottolinea Shidore, abbandona la logica di coalizione ampia che aveva caratterizzato l’amministrazione Biden e il primo mandato Trump, per concentrarsi su una linea di difesa più stretta: la prima catena di isole, che corre dal Giappone alle Filippine. Il documento indica esplicitamente la necessità di «scoraggiare gli avversari e proteggere la prima catena di isole», un impianto di deterrenza per negazione basato su una geografia circoscritta, che esclude India e gran parte del Sud-Est asiatico.
Curiosamente, anche Taiwan, pur collocata all’interno della prima catena di isole, risulta ridimensionata: non compare nel discorso di Hegseth a Singapore. L’autore ipotizza che questa flessibilità derivi da un tentativo, ancora tentativo, di Trump e del presidente cinese Xi Jinping di delineare sfere di influenza reciproche, compensato da un rafforzamento della cooperazione con Giappone, Filippine e, in misura significativa, Australia.
Il rapporto tra Washington e i suoi alleati regionali si sta trasformando in termini di accesso e condivisione degli oneri: la strategia parla di pressioni diplomatiche per ottenere maggiore accesso a porti e installazioni, spesa più alta per la difesa e investimenti in capacità di deterrenza. Ne sono manifestazione concreta il dispiegamento dei sistemi missilistici Typhon nelle prefetture giapponesi di Kagoshima e Yamaguchi e nella provincia filippina di Zambales, oltre alle batterie anti-nave NMESIS a Okinawa, Batanes e Luzon.
Parallelamente cresce il peso dello «Squad», il raggruppamento formato nel 2023 da Stati Uniti, Giappone, Australia e Filippine, tutti alleati legati da trattati e collocati nella geografia militarmente rilevante, a differenza del Quad. Secondo Shidore, Manila sta sostituendo Nuova Delhi nel calcolo strategico statunitense, non per capacità industriale comparabile ma per la sua posizione al centro della prima catena di isole e per il suo status di alleato strettamente integrato.
L’autore ricostruisce le radici di questo processo nell’accordo nucleare offerto dall’amministrazione Bush all’India nel 2005, consolidato nel 2018 con la ridenominazione in USINDOPACOM pensata per fondere Oceano Indiano e Pacifico in un unico spazio conteso. Restava tuttavia una tensione tra il ruolo assegnato all’India e la sua riluttanza a proiettarsi oltre l’Oceano Indiano, dato il confronto con la Cina e il Pakistan sui confini terrestri settentrionali e occidentali. La NSS 2025, nota Shidore, dedica scarsissimo spazio ad ASEAN, AUKUS e Pacific Islands, mentre approfondisce ampiamente la prima catena di isole.
Il commento di GrNet.it
La prima catena di isole come perimetro operativo pone una domanda diretta: quanto regge una deterrenza costruita su accesso a basi e sistemi missilistici quando il partner più promettente, l’India, resta strutturalmente riluttante a proiettarsi fuori dall’Oceano Indiano? La risposta di Shidore è che Washington ha scelto la concentrazione geografica alla dispersione diplomatica, scommettendo su alleati trattati come infrastruttura avanzata più che su coalizioni di valori condivisi. Per l’Italia, attore mediterraneo con interessi indo-pacifici marginali ma crescenti attraverso il naviglio in transito e le partnership industriali, il segnale è che la cornice retorica dell’Indo-Pacifico perde peso proprio mentre Roma vi si stava affacciando con maggiore continuità. Resta da capire se questo restringimento americano lasci spazio a un ruolo europeo più autonomo nella regione o semplicemente riduca l’interesse collettivo per un teatro già periferico rispetto alle priorità del fianco sud e est del continente.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 7 luglio 2026




