La Turchia riposiziona la sua strategia in Iraq tra crisi dello Stretto e vuoto iraniano

Nel contesto di una guerra regionale che ha indebolito l’influenza iraniana e bloccato di fatto lo Stretto di Hormuz, la Turchia sta ricalibrando la propria politica irachena attorno a un’agenda integrata di cooperazione militare, corridoi commerciali e connettività energetica. Secondo un’analisi del Royal United Services Institute (RUSI), il recente invito del presidente Erdoğan al nuovo primo ministro iracheno Ali Faleh al-Zaidi ad Ankara riflette il tentativo turco di stabilire canali privilegiati con la leadership di Baghdad in una fase di fragilità politica interna.
Al-Zaidi ha ottenuto l’approvazione parlamentare per un governo parziale a metà maggio 2026, ma l’assenza di diversi ministeri chiave evidenzia la precarietà della sua posizione. Il nuovo esecutivo si trova al centro di pressioni contrapposte da Washington e Teheran riguardo al futuro dei gruppi armati legati all’Iran, che mantengono un’influenza significativa sulla governance statale in gran parte delle province irachene. Il sostegno americano alla nomina di al-Zaidi, con il coinvolgimento dell’ambasciatore statunitense in Turchia Tom Barrack, aggiunge un ulteriore strato di complessità geopolitica.
La strategia turca si articola su più assi. Ankara intende fornire sistemi di difesa aerea a Baghdad, potenzialmente aprendo nuovi spazi per modellare l’architettura di sicurezza irachena attraverso cooperazione militare statale con implicazioni per il ruolo della NATO. Contemporaneamente, la Turchia punta a espandere il Corridoio dello Sviluppo, un progetto di connettività che collegherebbe il Golfo all’Iraq alla Turchia all’Europa attraverso ferrovie, strade e hub commerciali. Nel 2025, l’Iraq è stato uno dei principali mercati di esportazione turchi, con scambi bilaterali pari a 16,8 miliardi di dollari, di cui 12,4 miliardi in esportazioni turche.
Un elemento cruciale della strategia riguarda il contenimento del PKK. Ankara ha incontrato il presidente della Mobilitazione Popolare Irachena Faleh al-Fayyad per affrontare il ruolo dei gruppi armati legati all’Iran nel permettere la presenza di reti collegate al PKK nel distretto di Sinjar, nel nord-ovest dell’Iraq. Questo complica l’attuazione dell’Accordo di Sinjar del 2020 tra Baghdad ed Erbil. Dopo l’appello di Abdullah Öcalan nel febbraio 2025 al PKK di sciogliersi e deporre le armi, l’organizzazione ha annunciato nel maggio 2025 l’intenzione di sciogliersi; tuttavia, la guerra iniziata il 28 febbraio 2026 ha interrotto le condizioni regionali necessarie per l’implementazione.
La guerra ha inoltre rafforzato la posizione turca nella Regione del Kurdistan iracheno. Teheran ha lanciato oltre 800 attacchi durante il conflitto, principalmente in aree controllate dal Partito Democratico del Kurdistan (KDP), alienando ulteriormente i partiti curdi iracheni da Teheran. Contemporaneamente, la Turchia è emersa come l’unica rotta stabile per l’esportazione di petrolio iracheno attraverso l’oleodotto di Ceyhan, dato il blocco de facto dello Stretto di Hormuz. Sia il KDP che l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), il secondo partito più forte nella regione, hanno mostrato segni di avvicinamento ad Ankara per bilanciare i legami con Teheran. Nel aprile 2026, il PUK ha concesso la carica di governatore di Kirkuk a un politico del Fronte Turkmeno iracheno sostenuto da Ankara per sette mesi.
Tuttavia, la strategia turca rimane vulnerabile. Dipende da un fragile allineamento tra Baghdad, Erbil e Ankara, ed è esposta a competizioni intra-curde, comportamenti di attori armati legati all’Iran, dispute sulle entrate petrolifere e dilemmi di sovranità irachena. L’esito del processo di cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti avrà effetti significativi sul comportamento dei gruppi armati, sulla stabilità fiscale e sugli allineamenti regionali.
La mossa turca in Iraq rivela una lezione tattica che i nostri strateghi militari conoscono bene: quando il nemico di un nemico si indebolisce, il vuoto di potere si riempie rapidamente. Ankara sfrutta il momento di debolezza iraniana non con la forza bruta, ma intrecciando sicurezza, commercio e infrastrutture – una forma di statecraft che combina coercizione e incentivi economici. Per l’Italia, il caso iracheno mostra come la stabilizzazione regionale dipenda sempre meno da dichiarazioni di principio e sempre più da chi controlla i corridoi commerciali e le rotte energetiche critiche. La NATO rimane un quadro, ma i veri attori sono quelli che sanno costruire reti di interdipendenza economica.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 27 maggio 2026



