Ucraina, colpi in profondità e guardrail erosi: il rischio di una guerra senza controllo

Secondo un’analisi di Matthew Blackburn pubblicata dal Quincy Institute su Responsible Statecraft, la gestione europea del conflitto in Ucraina si sta avvicinando a una soglia di rischio che la classe dirigente occidentale tende sistematicamente a sottovalutare. L’argomento centrale è che la prudenza strategica che aveva caratterizzato la diplomazia della Guerra Fredda — fondata sul rispetto di linee rosse condivise e su catene di comando riconoscibili — è stata sostituita da una fiducia mal riposta nella capacità di controllare con precisione l’escalation.
Il contesto immediato è quello del vertice G7 di Évian, da cui i leader occidentali sono usciti parlando di «risveglio strategico» a sostegno di Kiev, mentre nella stessa notte un attacco di droni ucraini colpiva una raffineria di petrolio a circa quattordici chilometri dal Cremlino. L’episodio è stato accolto nelle capitali occidentali con un silenzio di approvazione, non con preoccupazione.
Blackburn ricostruisce la traiettoria della strategia europea dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Nel corso del 2025, i leader europei avevano proposto una «coalizione dei volenterosi» per dispiegare forze e integrare l’Ucraina in uno spazio di sicurezza dell’Unione Europea dopo un eventuale cessate il fuoco. Quando il vertice di Alaska tra Trump e Putin ha chiarito che Washington non avrebbe sostenuto quelle richieste, l’Europa ha cambiato approccio: copertura dei costi delle armi statunitensi, accelerazione della produzione militare domestica, inasprimento delle sanzioni e pressione continua su Mosca.
In questo quadro, la strategia ucraina si è spostata verso la difesa delle linee del fronte abbinata a colpi in profondità sul territorio russo, cresciuti per scala e portata. Il caso più emblematico citato nell’analisi è l’Operazione Spiderweb, con cui droni ucraini hanno colpito basi aeree russe danneggiando bombardieri strategici legati alla triade nucleare di Mosca. Il presidente Zelensky ha inoltre inviato una lettera aperta alla leadership russa avvertendo che non poteva sentirsi «al sicuro», data la capacità ucraina di colpire parate di Stato e residenze presidenziali.
Il rapporto individua un meccanismo di rischio specifico: il processo decisionale occidentale è oggi frammentato tra il Pentagono e i singoli ministeri della difesa europei, che approvano i colpi in profondità caso per caso. La coalizione europea manca di una leadership coerente e di meccanismi condivisi di controllo dell’escalation.
Sul versante russo, l’analisi osserva che la relativa moderazione di Mosca nei confronti delle infrastrutture civili ucraine non deriva da incapacità militare, ma da un calcolo politico: un’offensiva devastante sull’energia e sull’acqua potabile rischierebbe di produrre una catastrofe umanitaria incompatibile con la narrativa del Cremlino sulla «liberazione di un popolo fraterno» e di compattare l’opinione pubblica occidentale. Tuttavia, se Mosca dovesse concludere che questa moderazione viene sfruttata per infliggere colpi umilianti sul proprio territorio, il calcolo potrebbe cambiare: anziché prendere di mira le infrastrutture ucraine, la Russia potrebbe scegliere di colpire gli hub logistici e gli impianti produttivi europei che alimentano le capacità di attacco di Kiev.
Anche un’azione limitata sul suolo europeo metterebbe a dura prova la coesione politica del continente e le scorte di difesa aerea. Per evitare questo scenario, l’analisi chiede ai leader europei di tornare ai fondamentali della gestione dei conflitti: definire controlli espliciti sull’escalation, comunicarli a Mosca e aprire un canale diplomatico praticabile. Il piano in cinque punti concordato dall’E3 a Londra — che subordina qualsiasi negoziato a un cessate il fuoco incondizionato e al dispiegamento di truppe straniere — viene citato come esempio di inerzia diplomatica che di fatto preclude trattative nel breve termine.
Il commento di GrNet.it
La distinzione tra deterrenza e brinkmanship non è retorica: un sistema di approvazione dei colpi in profondità gestito caso per caso tra Pentagono e singoli ministeri europei non è un meccanismo di escalation control, è una procedura amministrativa travestita da strategia. Per l’Italia, che partecipa alla catena di supporto a Kiev e ospita infrastrutture NATO rilevanti, la frammentazione decisionale descritta da Blackburn pone una domanda concreta: in caso di ritorsione russa su un hub logistico europeo, chi decide la risposta e in quali tempi? L’analisi non quantifica le capacità di difesa aerea europea disponibili per uno scenario di scambio rapido di colpi, ma la lacuna è già di per sé un dato operativo. Vale la pena chiedersi se il dibattito italiano sulla difesa stia incorporando questa variabile o se si stia ancora ragionando su scenari di conflitto convenzionale a escalation lenta.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 25 giugno 2026



