Iran, l’accordo di Trump divide il Congresso su linee trasversali

Secondo un’analisi di Responsible Statecraft, l’amministrazione Trump ha ingaggiato nelle ultime settimane uno scontro aperto con i propri critici — tanto repubblicani quanto democratici — dopo la firma di un Memorandum of Understanding (MOU) con l’Iran, destinato a fermare le ostilità e avviare negoziati più ampi.
Le reazioni al Congresso sono state immediate e trasversali. Il senatore repubblicano Bill Cassidy (Louisiana) ha definito l’accordo «il peggior errore di politica estera degli ultimi decenni». Ted Cruz (Texas) ha evocato il rischio di trasferire miliardi di dollari a quello che ha chiamato un regime teocratico ostile agli Stati Uniti, aggiungendo che il presidente starebbe ricevendo «consigli molto scadenti». Roger Wicker (Missouri), presidente della Commissione Forze Armate del Senato, ha sostenuto che i 300 miliardi di dollari previsti nel MOU per la ricostruzione dell’Iran farebbero sembrare «una miseria» il pagamento concordato nell’accordo nucleare del 2015 sotto Obama.
Sul fronte democratico, la senatrice Elizabeth Warren (Massachusetts) ha tracciato un parallelo diretto con il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015, chiedendo retoricamente se questo fosse davvero il risultato finale dell’intera vicenda. Ed Markey (Massachusetts) ha chiesto al Congresso di esaminare e respingere l’accordo immediatamente, citando l’assenza di nuovi limiti al programma nucleare iraniano. Chuck Schumer (New York) ha sintetizzato la sua posizione con la formula «arte della resa, non dell’accordo».
Il MOU è un documento in quattordici punti che include, tra le altre misure, lo sblocco di fondi iraniani congelati. L’analisi precisa che non è chiaro chi finanzierebbe la ricostruzione prevista né in quale misura i fondi verrebbero restituiti nell’immediato. I critici invocano una legge del 2015, approvata durante i negoziati sul JCPOA, che obbliga il presidente a sottoporre al Congresso qualsiasi accordo che coinvolga il programma nucleare iraniano: il Parlamento avrebbe facoltà di esprimere un voto contrario, che il presidente potrebbe tuttavia porre sotto veto.
Non tutti si sono schierati contro. Il deputato democratico Ro Khanna (California) ha dichiarato apertamente il proprio sostegno all’intesa. Il senatore repubblicano Rand Paul (Kentucky) ha affermato di stare «con il presidente sulla pace». Un sondaggio YouGov condotto tra il 17 e il 19 giugno ha rilevato che il 60% degli elettori repubblicani vuole la fine immediata del conflitto.
La risposta della Casa Bianca ai critici è stata netta. Il vicepresidente J.D. Vance ha avvertito i membri del governo israeliano che si sono opposti all’accordo di misurare le parole nei confronti di Washington, ricordando che Trump rimane l’unico leader di una grande potenza attualmente favorevole a Israele. Il team di risposta rapida della Casa Bianca ha replicato con toni aggressivi a commentatori e analisti che avevano attaccato Vance o messo in dubbio la coerenza del presidente, ribadendo che le posizioni del vicepresidente rispecchiano integralmente quelle di Trump.
L’articolo individua due anime nell’opposizione congressuale: da un lato i falchi repubblicani che avrebbero accettato solo un cambio di regime a Teheran; dall’altro una componente democratica che oscilla tra posizioni di linea dura, fedeltà a gruppi di pressione filo-israeliani e calcoli elettorali in vista delle elezioni di metà mandato, in un contesto in cui la guerra risulta impopolare secondo rilevazioni citate nell’analisi.
Il commento di GrNet.it
Qual è il nodo reale di questa vicenda per chi ragiona in termini di architettura della sicurezza regionale? La domanda non è se l’accordo sia «buono» o «cattivo» in astratto, ma se un MOU privo di meccanismi di verifica espliciti e con impegni finanziari non quantificati possa reggere alla pressione di attori terzi — Israele in primo luogo — che non sono firmatari ma hanno capacità di sabotaggio concrete. Per l’Italia, che mantiene interessi economici e diplomatici nel Mediterraneo orientale e nel Golfo, la stabilizzazione del fronte iraniano avrebbe ricadute dirette sui flussi energetici e sulla gestione dei movimenti migratori via mare. Resta da capire se Washington abbia costruito attorno al MOU garanzie sufficienti a contenere le variabili esterne, o se l’accordo regga soltanto finché nessuno dei contendenti regionali decide di forzare la mano.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 22 giugno 2026




