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Spagna al voto: l’industria della difesa cresce più in fretta delle istituzioni

Secondo un commento di Dara Fernandez, Associate Fellow del Centre for Finance and Security di RUSI, la crescita della difesa spagnola è stata la più rapida della sua storia, ma è nata come reazione agli eventi e non da una pianificazione industriale. Chi governerà dopo il voto anticipato del 29 novembre erediterà un comparto che si espande più velocemente di alcune istituzioni incaricate di indirizzarlo.

Le elezioni sono state convocate dopo che, il 2 ottobre, il Congresso ha respinto due decreti sulla casa. Il presidente del Governo Pedro Sánchez vorrebbe una campagna centrata su quel tema, ma la difesa è entrata nel dibattito per tre vie: lo scontro sulla spesa NATO, il rifiuto di concedere alle forze statunitensi l’uso delle basi di Rota e Morón durante la guerra con l’Iran del 2026 e la crisi migratoria di luglio a Ceuta. Alcuni sondaggi privati di fine ottobre indicano una possibile maggioranza composta da Partito Popolare (PP) e Vox.

Per la NATO la spesa spagnola era pari allo 0,92 per cento del PIL nel 2014 e all’1,28 per cento nel 2024, la più bassa dell’Alleanza. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) stima per il 2025 una spesa di 40,2 miliardi di dollari, il 2,1 per cento del PIL, con un aumento del 50 per cento in un solo anno. Il salto deriva soprattutto dal Piano industriale e tecnologico per la sicurezza e la difesa, approvato dal Consiglio dei ministri il 22 aprile 2025, che ha aggiunto 10,471 miliardi di euro portando il totale a 33,123 miliardi. Le risorse sono state ricavate da fondi europei di ripresa riorientati, da voci di bilancio non spese e da stanziamenti 2023 inutilizzati.

Anche nel 2026 i fondi sono arrivati con trasferimenti di credito: oltre 1,3 miliardi a marzo, 124 milioni a maggio, circa 1,4 miliardi a giugno per i programmi del ministero dell’Industria, 6,29 miliardi il 7 luglio e 1,48 miliardi a settembre. Il PP sostiene che impegni assunti in questo modo non vincolino chi subentra. Per le imprese, nota Fernandez, il nodo è il divario temporale: i programmi durano un decennio o più, i trasferimenti un solo esercizio.

L’associazione di settore TEDAE indica per il 2025 un fatturato di difesa e sicurezza di 10,877 miliardi di euro, in crescita del 16,2 per cento. Sono dati dell’industria, non statistiche ufficiali. Il mercato, però, è ristretto: su 31,8 miliardi di contratti assegnati dal ministero della Difesa nel 2025, circa il triplo del totale 2022-24, quasi il 71 per cento è andato a Indra, Airbus e alle joint venture da esse guidate. Ventinove programmi su 31, pari all’88 per cento del valore, sono stati affidati senza gara, e lo Stato ha anticipato 14,2 miliardi in prestiti a tasso zero. General Dynamics Santa Bárbara contesta le assegnazioni di artiglieria davanti all’Audiencia Nacional, e parte del materiale consegnato non è ancora operativo.

Madrid ha poi ristretto la base dei fornitori per scelta politica. Ad agosto 2025 ha escluso l’F-35, senza indicare un sostituto per gli Harrier della Marina che andranno in pensione intorno al 2030, e ha optato per altri 25 Eurofighter. Dal 25 settembre 2025 l’embargo sulle armi verso Israele, convalidato dal Congresso l’8 ottobre, ha comportato la cancellazione dei programmi SILAM (697 milioni) e Spike LR2 (287 milioni). Il Centre Delàs stima che restino in vigore contratti legati a Israele per quasi 1,2 miliardi, e un’eccezione di dicembre 2025 consente componenti israeliane in quattro programmi Airbus. PP e Vox hanno votato contro l’embargo.

Sul fronte europeo, la Spagna è nel Future Combat Air System dal 2019, ma a giugno 2026 Parigi e Berlino hanno cancellato la componente caccia dopo la disputa tra Dassault e Airbus. Dei 150 miliardi dello strumento SAFE, Madrid ha chiesto 1 miliardo, contro i 43,7 della Polonia. Pesano inoltre la minaccia di dazi e l’ipotesi di un’esclusione dalla NATO avanzate da Washington.

L’autrice riconosce le obiezioni: i decreti sono legittimi, gli affidamenti diretti sono previsti dalla legge, i campioni nazionali sono la norma europea. Ma questi argomenti difendono la legalità, non la durata, e quando l’88 per cento del valore sfugge alla concorrenza l’eccezione diventa regola.

La Spagna è l’unico Alleato a rifiutare l’obiettivo dell’Aia del 2025: 5 per cento del PIL entro il 2035, con 3,5 per cento per la difesa in senso stretto e 1,5 per cento per la sicurezza collegata. Il Governo cita quasi 3.000 militari in missioni NATO, 3,795 miliardi di aiuti militari all’Ucraina dal 2022 e il settimo posto tra 32 Alleati per spesa complessiva. Per il PSOE il 2,1 per cento è un tetto, mentre Vox vuole di più, con priorità a Ceuta e Melilla. Le tre richieste al prossimo esecutivo: finanziamenti fondati sulla legge, gare per la maggior parte dei programmi e linee guida pubbliche sull’export e sull’embargo.

Il commento di GrNet.it

Un’industria della difesa non si regge su trasferimenti di credito annuali, e la lezione spagnola per l’Italia riguarda la durata degli impegni più che l’ammontare dei fondi. Un programma decennale senza copertura legislativa stabile espone le imprese e tutta la filiera dei subfornitori al rischio di ripensamenti a ogni cambio di maggioranza. Interessa anche la lettura mediterranea: la contrapposizione tra priorità meridionali, come Ceuta e Melilla, e priorità orientali tocca un’ambiguità che sentiamo anche a Roma. Va ricordato che i dati di TEDAE sono cifre di settore, non statistiche ufficiali, e che il quadro tracciato resta quello di un singolo autore.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 3 novembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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