Medio OrienteOsservatorio Strategico

Curdistan iracheno: la frattura tra KDP e PUK espone l’autonomia a pressioni esterne

Secondo un’analisi di Chatham House pubblicata il 28 ottobre 2026, i due maggiori partiti della Regione del Kurdistan iracheno, KDP e PUK, concordano in larga parte sulle questioni curde in Turchia, Iran e Siria, ma divergono su come governare in casa. Questa divisione, argomenta il think tank, può invitare ingerenze esterne e indebolire un’autogoverno conquistato con fatica.

Due anni dopo il voto per il nuovo esecutivo regionale, i due partiti non hanno ancora trovato un accordo per formarlo e resta in carica un governo ad interim. I partner storici in Europa e negli Stati Uniti, stanchi della disfunzione cronica, non sono più disposti a fare da arbitri. Ne risulta una regione più vulnerabile alle potenze vicine, che sanno adattarsi meglio e ragionano su tempi più lunghi.

Per l’autore il nodo non è la spartizione dei ministeri, come talvolta si sostiene. Il blocco discende dal crollo dell’Accordo strategico del 2006 tra i due partiti, che non condividono più la visione di fondo sul funzionamento della regione. I quadri formali e informali che li tenevano insieme da due decenni non operano più.

Di fatto il territorio si è diviso in due aree. Il KDP controlla i governatorati di Erbil e Duhok, il PUK è dominante a Sulaymaniyah e Halabja. Non si tratta di una separazione piena come ai tempi delle amministrazioni distinte tra il 1998 e il 2005, ma l’assetto è macchinoso: istituzioni e forze di sicurezza prendono ordini da leader di partito non eletti, non dai ministeri del Kurdistan Regional Government (KRG). Secondo alcune segnalazioni, ai posti di controllo lungo il confine tra le due zone si preleverebbero rendite da camionisti e commercianti.

Il 6 ottobre il primo ministro del KRG, Masrour Barzani, ha chiesto di riattivare il Parlamento regionale, che non tiene una riunione sostanziale da oltre quattro anni, dicendo: «Non so di che cosa abbiano paura».

Una proposta più radicale viene dal PUK: trasferire autorità amministrativa e fiscale a governatorati, sindaci e direttori di distretto, lasciando al KRG e al Parlamento solo alcune competenze. I sostenitori citano come modelli i cantoni svizzeri e gli emirati degli Emirati Arabi Uniti. Per Chatham House un simile passo formalizzerebbe il controllo partitico sulle due zone, sarebbe la maggiore modifica costituzionale in una generazione e ripudierebbe il principio post-guerra civile secondo cui servono istituzioni unitarie e condivise. Molti aspetti restano vaghi: i rapporti con le autorità federali, la ripartizione delle entrate, la gestione di petrolio, gas, elettricità e commercio. Il KDP si oppone e molti elettori diffidano di un rafforzamento dei partiti senza controlli. Negli ultimi cinque anni, intanto, il governo federale iracheno ha progressivamente eroso la capacità del KRG di gestire i propri affari politici ed economici, favorito dalla disunione tra i due partiti.

Il contesto regionale è sfavorevole. La guerra tra Stati Uniti e Iran ha prodotto forte instabilità, i partner esteri sono assorbiti da problemi interni e gli Stati sovrani riaffermano la loro influenza sugli attori non statali. Gli Stati Uniti hanno completato a fine settembre il ritiro militare dopo 12 anni nella coalizione contro lo Stato islamico, mentre l’attività diplomatica a Erbil è rallentata per ragioni di sicurezza. Per l’autore l’incapacità di diplomatici americani ed europei di riavvicinare i due partiti segnala un’influenza in calo, destinata a ridursi ancora se dovessero trattare con funzionari locali rafforzati e rispondenti ai vertici di partito.

Turchia e Iran sono meglio attrezzate per muoversi in una regione frammentata, perché agiscono a livello locale con legami economici, sociali e religiosi. Ankara punta a salvaguardare il proprio processo politico curdo, che vede il disarmo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), sostenuto da KDP e PUK, così come l’integrazione delle Forze democratiche siriane (SDF) nel nuovo Stato siriano. Il rischio è che una divisione interna frammenti le posizioni dei due partiti anche all’esterno e spinga Ankara a schierarsi con uno dei due. Teheran vuole anzitutto che i gruppi curdi restino fuori dalla guerra con gli Stati Uniti e poi che siano ridotte le attività dei propri gruppi armati curdi, fino a chiederne l’espulsione; istituzioni deboli rendono l’obiettivo difficile e aumentano la probabilità che l’Iran agisca da solo.

Senza presenza di sicurezza statunitense, le interferenze dei vicini potrebbero inoltre indurre Baghdad a un intervento più diretto, con effetti negativi sull’autonomia curda. Secondo Chatham House, KDP e PUK devono considerare soluzioni fantasiose, purché non dividano ulteriormente, non indeboliscano le istituzioni comuni e non ledano i principi democratici.

Il commento di GrNet.it

Una forza di sicurezza che risponde a un leader di partito e non a un ministero è, sul piano operativo, un insieme di clientele armate più che un’istituzione, e il decentramento proposto dal PUK moltiplicherebbe questo problema. Per qualunque partner esterno, europeo compreso, che voglia addestrare, consigliare o semplicemente cooperare, il primo interrogativo diventerebbe chi sia l’interlocutore con autorità effettiva su uomini e risorse. L’analisi non fornisce dati sulla consistenza e sulla dipendenza dei reparti dai due partiti, ed è una lacuna rilevante per valutare quanto il rischio sia concreto. Resta da capire se, dopo il ritiro statunitense, gli europei abbiano gli strumenti e la volontà per presidiare un terreno dove Ankara e Teheran lavorano da tempo a livello locale.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 28 ottobre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

Redazione di GrNet.it, network di informazione su sicurezza e difesa attivo dal 2007. Segue quotidianamente le notizie e gli approfondimenti su Forze di Polizia, Forze Armate, scenari internazionali, normativa e concorsi del comparto sicurezza.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio