Serbia, la Lista degli Studenti batte Vučić: le incognite su Ue e Russia

«L’essenziale è non guardare l’orologio. Le vittorie non si conquistano in un secondo, né in un giorno, né in un anno»: con queste parole lo scrittore Borislav Pekić si rivolse, nel marzo 1991, agli studenti che a Belgrado protestavano contro Slobodan Milošević. Chatham House le richiama in un commento sulla sconfitta elettorale del presidente Aleksandar Vučić, battuto da una lista nata dalla mobilitazione studentesca. Secondo il think tank londinese la vittoria della Lista degli Studenti promette un cambiamento, ma gli effetti sui rapporti con Europa e Russia restano difficili da prevedere.
Vučić, al potere dal 2012, aveva convocato elezioni parlamentari anticipate dopo quasi due anni di proteste e ha ammesso la sconfitta domenica. A scrutinio quasi completo la Lista ha superato il 53 per cento dei voti e ottenuto circa 140 seggi su 250. L’affluenza, vicina al 70 per cento, è la più alta dalla dissoluzione della Jugoslavia nel 1992. Arriva sei mesi dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria.
Il movimento è nato nel 2024 dal crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, appena ristrutturata, in cui sono morte 16 persone. L’episodio è diventato per molti il simbolo della corruzione attribuita all’era Vučić, nonostante le smentite del governo. Alla protesta degli studenti si sono uniti insegnanti, agricoltori e cittadini comuni, e un’iniziativa senza leader si è trasformata in un’organizzazione politica. Il movimento Studenti u blokadi ha unito manifestazioni di massa e lavoro capillare anche nelle province dominate dal Partito progressista serbo (SNS). La lista elettorale contava 250 candidati tra accademici, medici e artisti, con il cardiologo Ilija Srđanović in testa.
Si chiudono così dodici anni di predominio personale di Vučić, prima come premier (2014-2017) e poi come presidente (2017-2026). La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e la commissaria all’Allargamento Marta Kos hanno già accolto il risultato e offerto sostegno.
Per Mosca è un’altra battuta d’arresto dopo Orbán, e tra i leader europei vicini al Cremlino resta in pratica il solo slovacco Fico. Vučić aveva coltivato rapporti stretti con la Russia, rifiutato le sanzioni dell’Unione europea e goduto del sostegno diplomatico russo sul Kosovo. Secondo gli autori la sua linea era però più ambigua di quanto lasciassero credere gli elogi di Mosca: Belgrado ha difeso l’integrità territoriale dell’Ucraina, Crimea compresa, e ha fornito munizioni serbe alle forze ucraine.
Una correzione di rotta appare improbabile. La Lista ha escluso sanzioni contro Mosca, promesso di mantenere la neutralità militare e respinto l’ingresso nella NATO. Il suo rappresentante Jovo Bakić ha ribadito che la politica verso la Russia non cambierà. Pesano anche gli interessi concreti: la Russia fornisce circa 2,2 miliardi di metri cubi di gas l’anno a condizioni favorevoli, con un accordo in scadenza a dicembre che potrebbe essere rinnovato. Imprese russe detengono inoltre la maggioranza di NIS, che gestisce l’unica raffineria serba. A Mosca resta infine il potere di porre il veto, o di astenersi, sull’ammissione del Kosovo alle Nazioni Unite.
Il percorso di adesione all’Unione europea è fermo da quasi cinque anni. A luglio otto Stati membri hanno bloccato l’apertura di un nuovo capitolo negoziale, citando arretramento democratico e scarso allineamento alla politica estera europea. Il nuovo governo potrebbe rilanciarlo con riforme di giustizia, appalti pubblici e libertà dei media, come in Ungheria. Restano però due ostacoli: il rifiuto delle sanzioni e la contrarietà all’indipendenza del Kosovo, mentre Bruxelles chiede la normalizzazione con Pristina. L’elettorato della Lista è eterogeneo, tra liberali filoeuropei e nazionalisti conservatori, ma secondo i sondaggi tre quarti dei suoi sostenitori preferiscono un avvicinamento all’Ue rispetto alla Russia.
Le ricadute più immediate riguardano i Balcani. In Bosnia ci si può attendere il ritiro dell’appoggio politico a Milorad Dodik, ex presidente della Republika Srpska, e anche i rapporti con il Montenegro potrebbero migliorare. Nulla di questo è garantito.
La prova più difficile sarà governare. L’organizzazione decentrata che ha permesso la crescita in due anni richiede ora una guida più chiara e disciplina collettiva, mentre la maggior parte dei rappresentanti ha poca o nessuna esperienza di governo. Il nome del prossimo premier non è noto; circola quello dell’ex governatore della banca centrale Dejan Šoškić. Il nuovo esecutivo dovrà confrontarsi con le reti del partito uscente radicate nelle istituzioni, e le presidenziali sono previste entro la fine dell’anno.
Il commento di GrNet.it
La neutralità militare che la Lista degli Studenti vuole conservare ricorda, per impostazione, il non allineamento jugoslavo, con la differenza che oggi Belgrado è in larga parte circondata da paesi NATO e Ue. Per chi ha operato nei Balcani, una Serbia neutrale ma stabile e meno ostile verso i vicini sarebbe un interlocutore più prevedibile di quello attuale. Resta aperto come cambierebbero, con un governo di coalizione senza esperienza, la cooperazione militare con i partner occidentali e la presenza internazionale in Kosovo, su cui l’articolo non dice nulla. Per l’Italia, che nei Balcani occidentali ha interessi politici ed energetici oltre che militari, converrebbe seguire l’evoluzione del dossier Kosovo e delle forniture di gas prima di trarne conclusioni.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 27 ottobre 2026






