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Yemen, la guerra riguarda l’intero Golfo e non solo Riad

Da quando, nel settembre 2014, gli Houthi sostenuti dall’Iran presero Sanaa ed estromisero il governo riconosciuto a livello internazionale, e dopo l’intervento a guida saudita del 2015, il conflitto yemenita non ha trovato una composizione. Un commento pubblicato il 14 ottobre 2026 da Chatham House sostiene che la nuova escalation non possa più essere trattata come un problema di sicurezza della sola Arabia Saudita. Servono, secondo il think tank, una strategia unitaria del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gulf Cooperation Council, GCC) e un’intesa politica credibile tra gli yemeniti.

Nelle ultime settimane i attacchi Houthi contro gli aeroporti di Riyad, Abha e Dammam hanno causato almeno 20 morti e centinaia di feriti, mentre sono state colpite anche infrastrutture petrolifere saudite. Sul terreno, un’offensiva dei ribelli attorno allo stretto di Bab al-Mandab ha riportato il Paese alla guerra su vasta scala. Gli Houthi restano radicati e rafforzati, il governo yemenita è frammentato e un accordo appare lontano.

Dalla tregua mediata dalle Nazioni Unite nell’aprile 2022, Riyad aveva cercato di sganciarsi militarmente e di negoziare con i ribelli. I colloqui avevano preso slancio nel 2023, ma il coinvolgimento degli Houthi nella guerra di Gaza, con gli attacchi al traffico nel Mar Rosso e a Israele, ha interrotto il processo. La campagna di bombardamenti ordinata dal presidente statunitense Donald Trump ha portato a un cessate il fuoco separato tra Stati Uniti e Houthi nel maggio 2025, senza però avvicinare una soluzione per lo Yemen.

Il testo descrive per Riyad tre strade, tutte imperfette. La prima è la risposta militare, con nuovi raid aerei e un’offensiva delle forze alleate del governo: riporterebbe l’Arabia Saudita in una guerra costosa e mal condotta da cui ha cercato a lungo di uscire. Gli Houthi hanno inoltre appreso che anche colpi limitati producono costi economici e politici sproporzionati, e questo compensa la superiorità convenzionale saudita. La seconda è il contenimento, che dopo il 2022 ha ridotto gli attacchi transfrontalieri ma ha lasciato ai ribelli il tempo di consolidare il territorio e potenziare le capacità militari.

La terza è il negoziato, giudicato il percorso più favorevole ma ostacolato dalla convinzione degli Houthi di stare vincendo. Delegare la gestione ad altri, osservano gli autori, non è praticabile: Washington fronteggia la prospettiva di un nuovo scontro con l’Iran e difficilmente vorrà aprire un altro fronte. Il patto di difesa saudita con Turchia e Pakistan può rafforzare deterrenza e capacità difensive, ma non risponde né alla minaccia Houthi né alla frammentazione politica yemenita.

Il commento spiega perché il tema riguardi tutto il Golfo. Gli attacchi agli aeroporti sauditi mostrano la vulnerabilità delle infrastrutture critiche del GCC a missili, droni e altre minacce asimmetriche. Nel gennaio 2022 gli Houthi avevano già colpito gli impianti petroliferi e l’aeroporto di Abu Dhabi, con tre morti e sei feriti. Le agende di diversificazione economica degli Stati del Golfo dipendono da aviazione, logistica, turismo e investimenti sicuri, e i collegamenti terrestri sauditi hanno offerto rotte alternative ai vicini mentre lo stretto di Hormuz era perturbato. Anche il collasso economico, la scarsità d’acqua e le pressioni demografiche dello Yemen rendono la sua stabilità un interesse di lungo periodo.

Sul piano politico, la condizione preliminare è il superamento della frattura tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, esplosa nel sud dello Yemen all’inizio del 2026. Alleati nel 2015, Riyad e Abu Dhabi hanno poi perseguito priorità concorrenti e sostenuto fazioni rivali. Il think tank chiede agli Emirati di rivedere l’appoggio alle ambizioni separatiste meridionali, in vista di uno Yemen unito ma decentrato, e a Riyad di ridurre la dipendenza dal partito Islah, i cui presunti legami con i Fratelli Musulmani suscitano l’opposizione emiratina.

Quanto alla leadership anti-Houthi, il Consiglio presidenziale, istituito nel 2022 al posto del presidente Abdrabbuh Mansur Hadi, è indebolito da rivalità interne, governance fragile, scarsa responsabilità istituzionale e presunta corruzione diffusa. L’Arabia Saudita dovrebbe continuare a finanziare i servizi di base, indirizzando però i fondi al governo e al gabinetto e non al Consiglio. Qatar è chiamato a contribuire con la propria influenza mediatica e le relazioni con gli attori yemeniti; l’Oman a mantenere il ruolo di intermediario, grazie ai canali aperti con gli Houthi.

L’obiettivo indicato è un accordo sostenuto dal Golfo che preservi uno Yemen unito e decentrato, aperto a tutte le fazioni, Houthi compresi, purché assumano impegni verificabili a rinunciare alle armi pesanti e ad accettare un quadro politico comune. Ciò richiederebbe un sostegno diplomatico e finanziario prolungato dei Paesi del Golfo.

Il commento di GrNet.it

Resta senza risposta, nel commento, chi dovrebbe verificare la rinuncia degli Houthi alle armi pesanti e con quali mezzi, mentre la condizione è posta a una parte che, come il testo stesso ricorda, si ritiene in vantaggio. Un regime di verifica credibile richiede osservatori, capacità di sorveglianza e garanti accettati da tutti, e su questo punto l’analisi non scende nel dettaglio. Per l’Italia, interessata ai transiti nel Mar Rosso e a Bab al-Mandab, la questione non è teorica, perché un eventuale accordo potrebbe aprire la discussione su chi contribuisca a controllarne l’applicazione. Sarebbe utile capire se il GCC, diviso come lo descrive l’autore, possa offrire quella cornice senza un supporto esterno.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 14 ottobre 2026

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