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Iraq, il ritiro americano e i limiti della forza militare secondo Grazier

Secondo un’analisi di Dan Grazier pubblicata su Responsible Statecraft, testata vicina al Quincy Institute, il ritiro degli ultimi militari statunitensi dall’Iraq dopo oltre due decenni di presenza dovrebbe servire soprattutto a trarre una lezione sui limiti dell’azione militare. Il testo, firmato da un veterano dei Marines, ha la forma di una riflessione personale più che di uno studio operativo.

Grazier ricorda di essere sceso da un C-17 alla base aerea di Al Taqaddum nell’aprile 2007, quando la guerra aveva già quattro anni, e di essere tornato in zona di operazioni in Afghanistan nel 2013. Oggi ha 48 anni e un figlio in servizio che non è mai stato in Iraq. Osserva che il servizio militare americano è diventato sempre più una questione di famiglia, e che molti reduci hanno visto i figli partire per lo stesso teatro.

All’epoca, scrive, credeva di combattere i terroristi e di aiutare la nascita di un Iraq libero. Vent’anni dopo dichiara di non sapere perché si combattesse davvero. Cita un bilancio di quasi 5.000 americani morti dall’invasione del 2003, a cui si aggiungono diverse centinaia di migliaia di altre vittime tra contractor statunitensi, alleati e iracheni, secondo uno studio del progetto Costs of War.

Il confronto con il nonno, che combatté in Europa nella seconda guerra mondiale, è diretto. Quel conflitto finì quando lui era ancora giovane e gli permise di dire di aver contribuito a sconfiggere il totalitarismo. La guerra di Grazier è invece proseguita mentre egli entrava nella mezza età. L’autore dice di non cercare più una risposta sul senso delle perdite. Vorrebbe che diventassero un sacrificio, inteso come rinuncia a qualcosa di valore per uno scopo utile, e questo accade solo se se ne ricavano le lezioni giuste e le si applica in futuro.

La prima riguarda i limiti della forza. La guerra iniziò, a voler essere generosi, in circostanze discutibili e attraversò strategie diverse, tutte legate all’obiettivo vago di un governo stabile e democratico a Baghdad. Il governo di Saddam Hussein cadde in un mese. Ci sono voluti più di vent’anni, con l’impiego di tutti gli strumenti del potere nazionale, per avvicinarsi a quel traguardo.

Oggi, nella descrizione di Grazier, Baghdad ha un dittatore in meno ma resta oppressa sul piano economico, sociale e politico. È più filoiraniana e settaria, con fazioni in gran parte soddisfatte della partenza americana.

Le ultime centinaia di soldati lasciano il Paese in base a un accordo tra Stati Uniti e Iraq. Baghdad ha avviato quattro «Giornate della sovranità» per commemorare l’evento. Grazier accosta Iraq, Afghanistan, Libia e, ora, Iran come casi ammonitori. Iniziare una guerra è relativamente facile, chiuderla è un’altra cosa, e Washington, scrive, ha un buon curriculum nel primo caso e uno mediocre nel secondo. Il modo migliore di onorare i caduti degli ultimi conflitti sarebbe non avviarne di nuovi.

Il pezzo si chiude sul Marine Corps War Memorial di Arlington, dove le iscrizioni per Afghanistan e Iraq riportano l’anno d’inizio ma non quello di fine. Il monumento è circondato da una recinzione per i lavori di restauro della statua. L’autore spera che l’intervento comprenda l’incisione delle date finali, segno tangibile che quelle guerre sono davvero concluse, e che passi molto tempo prima che si aggiunga un’altra campagna.

Il commento di GrNet.it

Una guerra si giudica da come finisce, e il testo di Grazier lo ricorda con una franchezza rara nella letteratura dottrinale. Sul piano operativo il nodo è l’assenza di una condizione finale misurabile: senza di essa ogni contingente tende a diventare una presenza a tempo indeterminato, e Baghdad ha impiegato più di vent’anni per vedere la fine della propria. Va però notato che si tratta di un saggio d’autore: non documenta i termini dell’accordo tra Washington e Baghdad né la consistenza esatta delle forze rimaste, che il testo indica solo come «centinaia», e la lettura di un Iraq più filoiraniano resta un giudizio, non un dato verificato. Per l’Italia, che in Iraq ha schierato propri reparti, la domanda aperta è quali criteri di uscita vengano fissati prima dell’invio e non dopo.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 30 settembre 2026

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