Iraq, il ritiro statunitense chiude una missione, non un’occupazione

Secondo un’analisi di Mark Kimmitt pubblicata su Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, il ritiro statunitense dall’Iraq completato il 30 settembre non segna la fine di un’occupazione ma la chiusura di una missione di assistenza. Il rapporto con Baghdad, sostiene l’autore, deve ora spostarsi su un piano diplomatico e di sviluppo.
Il governo iracheno ha celebrato l’evento con la «Giornata della Sovranità». Nei fatti, osserva Kimmitt, è partito qualche centinaio di militari, tornati nel 2014 su invito di Baghdad per aiutare un esercito in dissoluzione a combattere ISIS. I soldati di Operation Inherent Resolve non erano paragonabili alle centinaia di migliaia di uomini impiegati in Germania e in Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale. La missione era però diventata un peso politico e un pretesto comodo per le milizie ostili al governo, che hanno potuto conservare autonomia e armamenti e imporsi nelle strade e in Parlamento.
Quanto alla tesi secondo cui le forze irachene non sarebbero pronte, l’autore ricorda che alti funzionari di Baghdad, compreso il consigliere per la sicurezza nazionale, la respingono. Una Higher Military Commission, formata da vertici militari statunitensi e iracheni, ha condotto una valutazione metodica per parametri. Ne risulta un esercito tra i più grandi apparati convenzionali della regione, certificato come sufficientemente equipaggiato, organizzato e in grado di affrontare minacce interne ed esterne.
Kimmitt non esclude i limiti. Nulla garantisce che questa preparazione si traduca in volontà politica di combattere un dato nemico, e le divisioni interne e settarie pesano da tempo sulle forze armate. Ritiene tuttavia improbabile che un piccolo contingente americano cambi la situazione su questo terreno.
Una presenza prolungata, a suo giudizio, alimenterebbe l’instabilità. Le fazioni illegali sostenute dall’Iran descrivono gli attacchi alle truppe statunitensi e alle basi condivise come resistenza agli occupanti e giustificano così i grandi depositi di armi. Il disarmo delle milizie che non rispondono al governo centrale è una priorità dell’esecutivo del primo ministro Ali al-Zaidi, e la presenza americana la contraddice.
Resta dubbio, per l’autore, che un nucleo ridotto di soldati statunitensi scoraggi l’espansione iraniana. Teheran ha subìto colpi gravi alla forza dei propri alleati a Gaza, in Libano e in Siria, e con ogni probabilità insisterà in Iraq a prescindere dal programma di disarmo. Con la guerra in corso tra Stati Uniti e Iran, inoltre, i militari americani in territorio iracheno diventerebbero bersagli di razzi e missili in risposta ai raid in Iran. Tenere l’Iraq fuori da quel conflitto dovrebbe essere un obiettivo di Washington.
La cooperazione militare, prosegue il testo, non richiede basi permanenti né grandi guarnigioni. Assistenza alla sicurezza, condivisione di intelligence, coordinamento antiterrorismo e addestramento specialistico possono essere forniti «oltre l’orizzonte» o con missioni temporanee. Un ufficio di cooperazione, l’Office of Military Assistance-Iraq, resterà nell’ambasciata statunitense.
Discutere di una forza residua è per Kimmitt un esercizio accademico. Baghdad non rinnovò nel 2012 l’accordo sullo status delle forze del 2008 ed è altrettanto improbabile che il Parlamento lo faccia nel 2027, mentre né l’amministrazione né l’opinione pubblica americane mostrano appetito per un’altra «guerra eterna». Una minaccia esistenziale per i due paesi potrebbe cambiare il quadro, ma un evento così improbabile non dovrebbe orientare la politica. La missione, ampliata fino a comprendere la sconfitta del gruppo in Siria, è a suo avviso compiuta.
Il riferimento per il futuro è lo Strategic Framework Agreement del 2008, firmato dal presidente George W. Bush e dal primo ministro Nouri Al-Maliki. Prevede cinque ambiti: cooperazione economica, finanziaria e commerciale; energia, diplomazia e dialogo politico; scambi culturali, educativi e scientifici; sanità e ambiente; cooperazione giudiziaria e di polizia. Secondo l’autore la guida dei rapporti spetta a questi pilastri e non a una missione militare. L’ultimo quarto di secolo avrebbe mostrato che conviene smettere di rivolgersi al Pentagono per problemi politici, economici e diplomatici, più adatti al Dipartimento di Stato.
Il commento di GrNet.it
La certificazione delle forze irachene misura la capacità, non la volontà di impiegarle, e lo stesso Kimmitt lo concede in una sola frase prima di passare oltre. Va anche ricordato che la valutazione viene da una commissione con vertici militari americani tra i firmatari, dunque da una parte interessata alla conclusione della missione. Il modello «oltre l’orizzonte» funziona se resta una capacità di osservazione e di collegamento sul terreno, e un ufficio nell’ambasciata è una base sottile per sostenerlo nel tempo. Per i partner europei che volessero mantenere formule di addestramento in Iraq, il punto da verificare è se l’assenza di una presenza fisica non lasci mano libera proprio alle milizie che il governo al-Zaidi intende disarmare.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 6 ottobre 2026




