Medio OrienteOsservatorio Strategico

Sudan, Burhan rifiuta il visto Usa e la tregua di Trump si blocca

La mattina del 24 settembre Abdel Fattah Burhan avrebbe dovuto essere al podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York. Si trovava invece a Khartoum. A ricostruire l’episodio è un’analisi firmata da Elfadil Ibrahim per Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute.

Il visto americano, secondo quanto ricostruito da Reuters, gli era stato offerto a una condizione: firmare la tregua di 90 giorni proposta da mesi da Massad Boulos, consigliere del presidente Donald Trump per gli affari arabi e africani. Burhan ha respinto la condizione e il 26 settembre, davanti a uno stadio gremito a Khartoum, ha dichiarato di non volere il visto di nessun paese e di voler restare in Sudan «fino alla morte».

L’episodio arriva al termine di un anno in cui la politica americana verso il generale e le sue Forze armate sudanesi (SAF) si è fatta progressivamente più ostile, nonostante lo stesso Boulos, in un’intervista di maggio, avesse definito le SAF l’«istituzione costituzionale» da preservare.

Il Sudan è in guerra dall’aprile del 2023, quando l’esercito ruppe con le Rapid Support Forces (RSF), il gruppo paramilitare che aveva contribuito a creare. Il conflitto ha prodotto la maggiore crisi di sfollamento al mondo e situazioni di carestia; le atrocità peggiori sono attribuite alle RSF, la cui presa di el-Fasher nell’ottobre 2025 ha assunto, secondo le Nazioni Unite, «i tratti tipici del genocidio».

Sul terreno, però, l’iniziativa è ormai delle SAF, che nell’ultimo anno hanno ripreso Khartoum e ampie zone del centro del paese, catturando pochi giorni fa Sodari, nel North Kordofan, e portandosi alle porte del Darfur, roccaforte delle RSF. Tra le defezioni ai vertici del gruppo paramilitare e i progressi militari, per la prima volta dall’inizio della guerra una vittoria decisiva appare a portata di mano dell’esercito regolare. È su questo sfondo che la pressione statunitense si è intensificata, colpendo in pratica soprattutto la parte che sta prevalendo.

Washington ha sanzionato Burhan a gennaio 2025 per il rifiuto di partecipare ai negoziati e per bombardamenti indiscriminati, e a maggio 2025 ha stabilito che il governo sudanese, guidato dalle SAF, avesse usato armi chimiche. A inizio settembre un dossier riservato, basato su informazioni di un’agenzia di intelligence mediorientale, è stato ripreso da New York Times e Washington Post: un’accusa seria, ma relativa a un programma che risulterebbe già smantellato, senza vittime accertate né testimonianze dirette. Secondo Middle East Eye il dossier avrebbe origine israeliana, un dettaglio non secondario dati i contatti recenti tra Israele e vertici delle RSF e la vicinanza di Tel Aviv agli Emirati Arabi Uniti (UAE), principale sponsor della milizia.

Parallelamente Boulos e l’ambasciatore statunitense all’ONU Michael Waltz spingono per estendere all’intero Sudan l’embargo sulle armi finora limitato al Darfur: formalmente neutrale, «senza eccezioni», ma nei fatti più penalizzante per l’esercito regolare, unico titolare di acquisti legittimi in quanto governo riconosciuto, rispetto a una milizia che non ha nulla da perdere. Boulos evita sistematicamente di nominare gli UAE, pur essendo Abu Dhabi indicata da esperti, parlamentari americani e dalle stesse sanzioni Usa come il principale fornitore di droni, mezzi corazzati e mercenari colombiani alle RSF.

Sullo sfondo si allarga la frattura tra Arabia Saudita ed Emirati. A novembre 2025 il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva spinto Trump a impegnarsi nella mediazione, e Burhan gli aveva detto per telefono che la guerra non poteva finire senza pressioni su Abu Dhabi. Riad considera le SAF un argine al collasso dello Stato, non una delle due parti moralmente equivalenti come le vedono Washington e gli UAE. Da allora l’attenzione di Trump è stata assorbita dalla guerra con l’Iran, mentre Emirati e Arabia Saudita si sono ulteriormente allontanati: gli UAE hanno lasciato l’OPEC e stretto legami militari con Israele, Riad ha siglato con Turchia e Pakistan il Patto di difesa della Mecca e ha inasprito i controlli bancari sui trasferimenti verso Abu Dhabi.

Con la guerra contro gli Houthi riaperta al confine meridionale, per Riad la posta sudanese è cresciuta ulteriormente: secondo The Africa Report, l’Arabia Saudita ha minacciato di abbandonare il «Quad» di mediazione con Egitto, Emirati e Stati Uniti. A New York il ministro degli Esteri saudita ha incontrato le controparti di Egitto, Turchia e Pakistan, tutti sostenitori dell’esercito sudanese, firmando una dichiarazione a favore delle «istituzioni nazionali legittime» e contro le «entità parallele», in una riunione a cui né Washington né Abu Dhabi hanno partecipato.

Il commento di GrNet.it

Quanto vale, in termini di politica reale, un dossier che denuncia armi chimiche senza vittime accertate né testimonianze dirette? Poco, se si guarda ai fatti verificabili, ma abbastanza da alimentare una pressione mirata: l’analisi mostra come l’accusa, di origine israeliana secondo Middle East Eye, si sommi a un embargo sulle armi formalmente neutrale ma di fatto più oneroso per l’esercito regolare che per la milizia paramilitare. Per chi ha maneggiato materiale di intelligence in contesti di crisi, la distinzione tra ciò che è documentato e ciò che è soltanto attribuito a una fonte terza resta decisiva per calibrare qualunque risposta politica. La frattura tra Riad e Abu Dhabi che attraversa il dossier sudanese, con Washington meno equidistante di quanto dichiari, offre un caso utile anche per chi in Italia deve leggere le rivendicazioni di potenze regionali in teatri instabili.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 30 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

Redazione di GrNet.it, network di informazione su sicurezza e difesa attivo dal 2007. Segue quotidianamente le notizie e gli approfondimenti su Forze di Polizia, Forze Armate, scenari internazionali, normativa e concorsi del comparto sicurezza.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio