Trump e Xi, distensione di facciata su basi che si sgretolano

La distensione tra Washington e Pechino regge davvero, o è una tregua di facciata pronta a saltare alla prima scossa? Per Jake Werner, che firma l’analisi pubblicata dal Quincy Institute sulla testata Responsible Statecraft, la risposta è netta: sotto una calma apparente, le fondamenta del rapporto bilaterale si stanno sgretolando, proprio mentre Xi Jinping arriva a Washington per il terzo incontro con Donald Trump in meno di un anno.
Rispetto alla postura confrontazionale del primo mandato Trump e dell’amministrazione Biden, i due paesi sembrano essersi allontanati dal rischio di scontro aperto. Al vertice di maggio a Pechino le parti hanno adottato lo slogan di una «stabilità strategica costruttiva»: Trump non presenta il confronto con Xi come una crociata ideologica, non cerca di coalizzare gli alleati contro Pechino né di bloccarne lo sviluppo tecnologico, preferendo la logica dell’accordo bilaterale.
Il rapporto, nota Werner, poggia però su un equilibrio del terrore economico. Nel 2025 i dazi imposti da Trump erano saliti al 145% in risposta alle ritorsioni cinesi, spingendo Pechino a bloccare l’accesso statunitense alle terre rare essenziali per la produzione high-tech e militare. La deescalation è arrivata in tempi rapidi, riportando la relazione al punto di partenza.
La tregua commerciale è stata messa nuovamente alla prova cinque mesi dopo, quando il Dipartimento del Commercio ha ampliato la lista nera di aziende cinesi e Pechino ha risposto estendendo i controlli extraterritoriali sulle terre rare. Trump ha minacciato di annullare il vertice, salvo fare marcia indietro una volta appreso che era stata la sua stessa amministrazione a provocare la reazione cinese. La tregua è stata poi formalizzata al vertice di Busan, in Corea del Sud, con ulteriori progressi durante la visita di Trump a Pechino a maggio, inclusi impegni cinesi di acquisto.
Sotto la superficie, però, l’ostilità bipartisan verso la Cina resta il tema unificante della politica statunitense dal 2018. Nella settimana precedente la visita di Xi, il Congresso ha ospitato audizioni con testimoni scelti per proporre solo approcci antagonisti: il deputato Tom Suozzi ha chiesto se non convenisse tornare a una relazione cooperativa dopo cinquant’anni di impegno post-Nixon, ma il testimone Oren Cass ha risposto che «non esiste alcuna strada verso partnership o collaborazione con la Cina».
Sul piano esecutivo, la Federal Communications Commission ha vietato l’importazione di robot umanoidi e inverter cinesi ampliando il bando su Huawei e ZTE; il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha sollecitato Ford a interrompere gli accordi con aziende cinesi; una regola in arrivo a dicembre vieterebbe la collaborazione scientifica finanziata con fondi federali con ricercatori cinesi; il Pentagono ha aggiunto 65 nuove entità alla propria lista nera, includendo gran parte delle principali tecnologiche private cinesi.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che «non ci sarà un dopodomani se la Cina vince» la corsa all’intelligenza artificiale, posizione condivisa da Trump. Dopo colloqui di domenica con la controparte cinese He Lifeng, Bessent ha annunciato l’istituzione di un meccanismo di dialogo sull’IA, segnale che Werner definisce incoraggiante ma reso fragile dalla sfiducia reciproca sul tema tecnologico.
Washington appare divisa sul tono da usare verso Pechino, ma unita nella sostanza: gli interessi dei due paesi sarebbero inconciliabili. Poiché la Cina sta ampliando le proprie contromisure e nessuna delle due parti sembra interpretare allo stesso modo i termini della tregua, i due paesi rischiano una turbolenza crescente. L’opinione pubblica americana, ricorda Werner citando un sondaggio, favorisce però in maggioranza la cooperazione anziché il contenimento.
Il commento di GrNet.it
Un’audizione alla Camera, deputati di entrambi i partiti che si passano il testimone per denunciare Pechino, testimoni scelti apposta per proporre solo linee dure, mentre a pochi giorni di distanza Xi Jinping sbarca a Washington per l’ennesimo vertice con Trump: la scena descritta da Werner mostra plasticamente lo scarto tra il linguaggio dei summit e l’apparato amministrativo che continua a irrigidire le restrizioni. La vera notizia non è la cordialità di facciata tra i due leader, ma la persistenza di un impianto istituzionale — dal Pentagono alla FCC — che agisce indipendentemente dagli umori presidenziali e ne condiziona la portata reale. Per un paese come l’Italia, che dipende da entrambe le economie per tecnologia e materie prime critiche, questa frattura tra diplomazia di vertice e prassi burocratica rende arduo calibrare le scelte industriali su segnali che possono ribaltarsi in poche settimane. Resta da vedere se la tregua regga fino alle prossime scadenze commerciali o se basti una mossa percepita come ostile da uno dei due apparati per farla saltare di nuovo.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 22 settembre 2026



