Un solo avamposto a Djibouti: come Pechino guadagna terreno nel Golfo senza basi

Un solo avamposto militare all’estero, a Djibouti, dove peraltro gli Stati Uniti mantengono una base circa sei volte più grande: con questa dotazione minima Pechino ha costruito negli ultimi dieci anni una presenza sempre più solida in Medio Oriente, secondo l’analisi di Matthew Mackenzie pubblicata da Responsible Statecraft, il portale del Quincy Institute. L’autore la contrappone all’architettura militare americana nella regione, definita costosa e vulnerabile.
Prima della guerra innescata dall’Operazione Epic Fury, gli Stati Uniti mantenevano almeno diciannove installazioni militari in Medio Oriente, otto delle quali considerate permanenti. Gli attacchi iraniani hanno reso inoperativi il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein e il centro di comando in Qatar, da cui Washington coordinava da oltre vent’anni le operazioni aeree regionali.
Chi sostiene la necessità di mantenere questa impronta militare, ricorda Mackenzie, teme che un ritiro americano lasci spazio a un vuoto di potere colmato da Pechino. L’esperienza cinese, secondo l’autore, smentisce questo timore: dimostra che Washington ha confuso la potenza militare con l’influenza in quanto tale.
Gli interessi cinesi nella regione, spiega l’analisi, sono per molti versi simili a quelli americani: dipendenza dall’energia del Golfo, interesse a un equilibrio di potere stabile, preoccupazione condivisa per il terrorismo. Le due potenze li hanno però perseguiti con strumenti radicalmente diversi. La Cina è il maggiore partner commerciale degli Stati arabi ed è tra i principali destinatari degli investimenti della Belt and Road; il primo China-Arab States Summit si è tenuto nel 2022, istituzionalizzando un canale diplomatico che Pechino ha saputo mantenere accettabile per tutte le fazioni regionali in competizione.
Durante l’attuale confronto tra Stati Uniti e Iran, riferisce l’articolo, i governi del Golfo si sono rivolti più volte a Pechino per esercitare pressione su Teheran, prima sullo Stretto di Hormuz e sulle ritorsioni iraniane, più di recente per contenere gli Houthi. L’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran mediato dalla Cina nel 2023 viene citato come prova che l’influenza diplomatica in Medio Oriente non richiede una presenza militare, tanto meno estesa come quella americana.
Mackenzie osserva inoltre un paradosso: la Cina dipende dall’energia del Golfo più degli Stati Uniti, eppure è Washington ad assumersi i costi e i rischi della sicurezza regionale, lasciando a Pechino il vantaggio di avere il proprio rivale geopolitico a protezione della propria linea vitale energetica.
La conclusione dell’analisi invita il Pentagono a puntare sull’accesso regionale piuttosto che sul dominio, chiudendo le basi più esposte e consolidando la presenza attorno a pochi avamposti strategici, ad esempio in Giordania, nell’Arabia Saudita occidentale o nel Corno d’Africa, preservando strumenti alternativi come vendite di armamenti, capacity building e condivisione di intelligence.
Il commento di GrNet.it
La dottrina del bilanciamento offshore, cara alla scuola realista americana, sosteneva già decenni fa che una grande potenza possa tutelare i propri interessi vitali senza mantenere guarnigioni permanenti nelle regioni periferiche, affidandosi invece a accordi di accesso e presenza selettiva. L’analisi di Mackenzie applica lo stesso principio al Golfo dopo Epic Fury, e la traiettoria cinese, costruita su commercio e diplomazia più che su basi, ne offre una controprova empirica difficile da ignorare. Per un osservatore che ha seguito da vicino la logistica delle missioni multinazionali, resta però il nodo delle capacità di intelligence e di risposta rapida che una rete di basi permanenti garantisce e che strumenti come le vendite di armamenti o la condivisione informativa non replicano automaticamente. La riflessione ha un’eco anche per l’Italia, potenza di taglia media che nel Mediterraneo orientale e nel Golfo ha sempre giocato più sulla diplomazia energetica e sulla cooperazione industriale che su un’impronta militare estesa: un modello che l’articolo, seppur indirettamente, sembra rivalutare.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 22 settembre 2026



