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Golfo, sei mesi di guerra e la fine dell’illusione di invulnerabilità economica

«Il fatto che il petrolio e il gas del Golfo restino le risorse a più basso costo e più redditizie al mondo non cambia», ha dichiarato a Responsible Statecraft Jim Krane, ricercatore del Baker Institute for Public Policy della Rice University, «ma la guerra segnala agli investitori, comprese le compagnie petrolifere nazionali, che potrebbero non riuscire a far arrivare i propri carichi sul mercato». È il nodo attorno a cui ruota l’analisi firmata da Giorgio Cafiero: sei mesi di conflitto hanno mostrato che produrre idrocarburi è solo metà del problema, quando infrastrutture e accesso ai mercati globali possono essere interrotti in qualsiasi momento.

Porti, aeroporti, reti elettriche, impianti di desalinizzazione, centri finanziari e poli turistici condividono la stessa esposizione ai rischi regionali. Il settore energetico è il più colpito: gli impianti danneggiati potrebbero richiedere mesi per tornare operativi, ma ripristinare la produzione fisica potrebbe rivelarsi più semplice che ricostruire la fiducia nella regolarità delle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz.

I sei membri del Gulf Cooperation Council (GCC) affrontano la crisi da posizioni molto diverse. Qatar, Kuwait e Bahrein restano i più esposti per la dipendenza dalle rotte marittime del Golfo. L’Arabia Saudita dispone invece dell’oleodotto East-West, mentre gli Emirati Arabi Uniti contano sull’hub di Fujairah, che si trova sul lato sicuro dello Stretto; l’Oman, con le proprie infrastrutture di esportazione già collocate fuori da Hormuz, risulta il paese meno vulnerabile.

Il turismo, spina dorsale dell’economia emiratina e qatariota, ha subito un colpo diretto: le prenotazioni alberghiere a Dubai sono crollate tra il 7 e il 14% dei livelli prebellici nei primi mesi del conflitto, risalendo quest’estate al 20-30%. Solo nella prima settimana di guerra le cancellazioni hanno superato le 80.000 unità. Secondo Joseph Kechichian, senior fellow del King Faisal Centre di Riyadh, la reputazione del Golfo come destinazione sicura per turisti, imprese e lavoratori espatriati «potrà essere pienamente ristabilita solo con la fine della guerra».

Per Rob Geist Pinfold, docente di sicurezza internazionale al King’s College London, il fattore decisivo non sarà il marketing ma un periodo prolungato senza attacchi né chiusure dello spazio aereo, condizione necessaria perché turisti, aziende multinazionali, assicuratori e lavoratori stranieri tornino a credere nell’isolamento del Golfo dai conflitti regionali.

Le strategie nazionali divergono nettamente. Riad deve conciliare gli investimenti richiesti da Vision 2030 con le nuove esigenze di difesa e resilienza infrastrutturale, il che porterà probabilmente a rallentare alcuni progetti di prestigio. Il Qatar ha rimpatriato circa 13 miliardi di dollari da attività detenute in Occidente per sostenere la liquidità interna, mentre punta sul progetto Golden Pass negli Stati Uniti e su accordi di scambio dei carichi di GNL per compensare le perdite. Il Kuwait, colpito dai danni alla raffineria di Mina Al-Ahmadi, accelera la diversificazione energetica interna attraverso il complesso rinnovabile di Al Shagaya. Il Bahrein, il più fragile per spazio fiscale limitato e debito elevato, punta su studi accelerati su eolico offshore e progetti solari transfrontalieri con l’Arabia Saudita.

Secondo il rapporto, la domanda di fondo del dopoguerra non riguarderà l’abbandono degli idrocarburi, ma se le economie del Golfo riusciranno a rendere i propri modelli di sviluppo abbastanza resilienti da sopravvivere alla prossima interruzione.

Il commento di GrNet.it

Il precedente utile per inquadrare questa vicenda è la crisi delle petroliere nel Golfo Persico degli anni Ottanta, quando la sola minaccia alla libertà di navigazione bastò a far salire i premi assicurativi e a spingere gli Stati Uniti a scortare le navi con bandiera cambiata: anche allora la percezione del rischio pesava quanto il danno fisico agli impianti. Oggi la differenza è che il Golfo ha costruito attorno a sé un modello economico, turistico e finanziario che dipende dalla prevedibilità assoluta, e questo lo rende più fragile, non meno, rispetto a quarant’anni fa. Per la Marina Militare italiana, impegnata da anni in missioni di sicurezza marittima nell’area, il dato sulla vulnerabilità differenziata tra Oman e Bahrein offre un’indicazione operativa concreta su dove concentrare capacità di sorveglianza e protezione del traffico mercantile. Resta da capire se la spinta alla diversificazione delle rotte energetiche, dal Fujairah al Golden Pass texano, riduca davvero l’esposizione europea a un’eventuale nuova chiusura di Hormuz o si limiti a spostarne il baricentro.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 1 settembre 2026

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