Pakistan, l’ambizione diplomatica scontata con la crisi interna

Una famiglia in motorino sfila davanti a un cartellone che ritrae insieme il primo ministro Shahbaz Sharif, il capo di stato maggiore Asim Munir e il vicepresidente statunitense JD Vance: un’immagine che racconta bene le ambizioni di un Paese che si presenta come mediatore globale mentre al suo interno la violenza cresce. È il punto di partenza di un’analisi di Chatham House, secondo cui il Pakistan rischia di vedere sfumare i propri successi diplomatici a causa dell’instabilità domestica.
Dopo il riconoscimento internazionale ottenuto per il ruolo di mediazione nell’accordo tra Stati Uniti e Iran che ha portato a una tregua temporanea nel conflitto, Islamabad ha rafforzato la propria proiezione diplomatica. Il 7 agosto ha firmato con Arabia Saudita e Turchia un accordo di difesa congiunto, la Mecca Joint Defence Agreement, definito da alcuni una sorta di ‘NATO musulmana’ per la clausola di mutua difesa. Il feldmaresciallo Munir si è inoltre affermato come interlocutore chiave tra Washington e Teheran, volando in Iran per la terza volta nel 2026 su sollecitazione, secondo fonti, del presidente Donald Trump.
Sul fronte interno, però, il quadro è opposto. Secondo il Pakistan Institute for Conflict and Security, a luglio sono state uccise almeno 600 persone in attacchi terroristici nel Paese. Nel Balochistan i morti sono saliti da 109 a giugno a 372 a luglio, il mese più violento del 2026, in gran parte per gli scontri tra forze di sicurezza e il gruppo separatista Baloch Liberation Army. Il governo appare diviso: Sharif ha proposto un ‘grande dialogo’ sulle rivendicazioni della regione, ma Munir ha respinto l’ipotesi di negoziati, bollando i ribelli come proxy sostenuti dall’estero, in un riferimento implicito all’India.
Nel Khyber-Pakhtunkhwa gli attacchi del Tehreek-e-Taliban Pakistan, attivo lungo il confine afghano, sono aumentati del 105 per cento tra giugno e luglio, passando da 75 a 154 morti. Islamabad accusa Kabul di offrire rifugio ai miliziani, accusa respinta dal governo afghano. Dopo il crollo di una tregua mediata da Turchia e Qatar, i raid aerei pakistani in territorio afghano sono ripresi a febbraio, causando vittime civili, tra cui oltre 260 morti in un attacco di marzo a un centro di riabilitazione a Kabul, condannato dalle Nazioni Unite.
Anche il Kashmir amministrato dal Pakistan è teatro di tensioni: a giugno quasi 100 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza durante proteste nate contro il caro tariffe elettriche e cibo, poi trasformatesi in richieste di riforma costituzionale. Il movimento che le ha organizzate è stato bandito come organizzazione terroristica.
Sul piano politico, l’approvazione parlamentare del 20 agosto che formalizza i poteri estesi di Munir come capo delle forze di difesa e i piani per smembrare le quattro province esistenti alimentano attriti tra l’esecutivo e il Pakistan People’s Party, mentre circolano voci di un accordo tra i vertici militari e l’ex premier incarcerato Imran Khan. Chatham House conclude che, senza una gestione più coerente dei conflitti interni, l’influenza internazionale faticosamente conquistata da Islamabad rischia di sfuggirle di mano.
Il commento di GrNet.it
Un Paese può fare da mediatore tra potenze rivali solo se controlla il proprio territorio, e qui il Pakistan mostra crepe evidenti: 600 morti in un mese non sono un dettaglio di cronaca interna, sono un indicatore diretto della capacità dello Stato di proiettare credibilità all’esterno. La dicotomia tra le aperture al dialogo di Sharif e la linea dura di Munir sul Balochistan racconta un problema di comando unificato che qualsiasi osservatore militare riconosce come tipico dei sistemi ibridi civili-militari sotto stress. Per l’Italia e per la NATO, che guardano al Pakistan soprattutto in chiave di stabilità regionale afghana e di equilibri nucleari in Asia meridionale, la lezione è che gli accordi di difesa firmati a livello di vertice, come quello con Arabia Saudita e Turchia, contano poco se il partner non riesce a garantire coesione interna. Resta da vedere se le riforme amministrative in corso serviranno a redistribuire il potere o solo a spostarlo verso l’establishment militare, con conseguenze difficili da prevedere sulla tenuta del Paese nel medio periodo.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 28 agosto 2026



