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La prossima crisi finanziaria e il vuoto di leadership globale

Chi garantirà la stabilità del sistema finanziario internazionale quando arriverà la prossima grande crisi? Secondo un’analisi di Chatham House, la risposta rischia di essere: nessuno, e non per l’assenza di una potenza egemone, ma per la sua indisponibilità ad agire.

Il riferimento è alla teoria dello storico economico Charles Kindleberger, secondo cui la profondità della Grande Depressione degli anni Trenta dipese dal fatto che né la Gran Bretagna, potenza in declino e impoverita, né gli Stati Uniti, potenza emergente ma isolazionista, vollero o poterono esercitare una leadership responsabile nell’economia globale. Ne derivò l’assenza di un sistema commerciale aperto, di un coordinamento credibile delle politiche economiche e di un prestatore di ultima istanza internazionale.

Oggi, sostiene l’autore, la dinamica si ribalterebbe in una «trappola di Kindleberger inversa»: il rischio non nasce dall’indisponibilità della potenza emergente, Pechino, ad aiutare a stabilizzare il sistema, ma dalla riluttanza della potenza egemone in carica, Washington.

L’articolo richiama la gestione della crisi Lehman del 2008 come termine di paragone. Allora la Federal Reserve immise enormi quantità di liquidità in dollari attraverso linee di swap valutario e programmi di collateralised lending a favore delle banche globali, in particolare europee: quattordici banche centrali ebbero accesso a queste linee, e entro l’estate del 2010 la Fed aveva erogato 10.000 miliardi di dollari a varie scadenze. Il risultato fu un afflusso di quasi mille miliardi di dollari in Treasury nei dodici mesi successivi, a conferma dello status di bene rifugio del debito americano.

Una crisi in epoca Trump presenterebbe, secondo Chatham House, tre problemi distinti. Il primo è la selettività transazionale dell’amministrazione nella concessione di liquidità: viene citato il caso della linea di swap da 20 miliardi di dollari offerta alla banca centrale argentina nell’ottobre scorso per sostenere il peso in vista delle elezioni di metà mandato, contrapposto alla discussione, definita bizzarra, su un’analoga linea per gli Emirati Arabi Uniti, paese peraltro già ricco di liquidità in dollari.

Il secondo problema riguarda la crescente capacità del mercato di mettere in dubbio lo status di bene rifugio dei Treasury: il rapporto cita due interventi del Segretario al Tesoro Scott Bessent, il sostegno allo yen giapponese per scoraggiare Tokyo dal vendere i mille miliardi di Treasury in suo possesso, e l’aumento dei riacquisti di debito pubblico americano, entrambi motivati dal timore che il mercato possa imporre a Washington tassi d’interesse imbarazzanti.

Il terzo elemento è il livello elevato del dollaro, sostenuto da afflussi di capitale che hanno portato lo stock di titoli USA in mano estera da circa 12.000 a oltre 37.000 miliardi di dollari in quindici anni. Una crisi futura, avverte l’analisi, sarebbe probabilmente accompagnata da un deflusso di capitali, non da un afflusso come nel 2008, indebolendo sensibilmente il dollaro anziché rafforzarlo, in linea peraltro con la preferenza più volte espressa da Trump per un cambio debole. Pechino, dal canto suo, mostrerebbe crescente volontà di guidare la governance globale, formalizzata in proposte pubblicate a giugno, ma resterebbe incapace di svolgere un ruolo stabilizzatore, poiché il renminbi conserva un peso marginale nel sistema monetario internazionale.

Il commento di GrNet.it

Il precedente evocato dallo stesso rapporto, l’Exchange Equalisation Account creato da Londra nel 1932 per mantenere la sterlina debole dopo l’uscita dal gold standard, è istruttivo: una potenza che rinuncia al ruolo di ancora del sistema per privilegiare il proprio export non è un’ipotesi remota, è già accaduto. Per un paese esportatore come l’Italia, fortemente dipendente dalla stabilità del cambio e dall’accesso al credito internazionale, uno scenario in cui il dollaro si indebolisce in piena crisi anziché fungere da rifugio comporterebbe conseguenze diverse da quelle sperimentate nel 2008, con effetti meno prevedibili su competitività e costo del debito. Resta poi da vedere quanto la selettività politica nell’erogazione di liquidità, già osservata nei casi argentino ed emiratino, possa in futuro riguardare anche i partner europei, storicamente abituati a considerare le linee di swap della Fed una rete di sicurezza automatica. Nessuna certezza, ma un elemento che meriterebbe più attenzione nei tavoli tecnici tra Banca centrale europea e Tesoro italiano.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 31 agosto 2026

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