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Londra ridisegna la governance dell’informazione dopo la fine del DSIT

Come rimettere ordine in una competenza dispersa fra sette dicasteri diversi? Per Sophie Williams-Dunning, Andy Pryce e Jamie MacColl, ricercatori del Royal United Services Institute (RUSI), la risposta arriva paradossalmente da una riforma pensata per altri scopi: la soppressione del Department for Science, Innovation and Technology (DSIT) decisa dal primo ministro britannico Andy Burnham nella sua prima settimana di mandato.

Il DSIT, istituito nel 2023 per fare del Regno Unito una potenza scientifico-tecnologica, viene smembrato tra Cabinet Office, il nuovo Department for Business, Innovation, Science and Trade (DBIST) e il Department for Culture, Media and Sport (DCMS). La decisione ha suscitato critiche da ricercatori e industria, preoccupati per la perdita di tempo e la marginalizzazione dell’agenda tecnologica. Gli autori, tuttavia, la leggono in modo diverso per chi si occupa di sicurezza online e minacce informative: eliminare un dicastero su sette coinvolti in questa materia semplifica il quadro istituzionale.

Il concetto chiave proposto è quello di «information resilience», definita come la capacità di accedere, valutare e riporre fiducia nell’informazione e nelle sue fonti nonostante minacce e criticità sistemiche. La Strategia di sicurezza nazionale 2025 già classifica la disinformazione e l’uso improprio dei social media come minacce alla coesione sociale. Gli episodi di violenza seguiti alla diffusione online di un video di un accoltellamento a Belfast, amplificato da figure come Elon Musk e Tommy Robinson e sfociato in arresti e sfollamenti temporanei, vengono citati come dimostrazione concreta del problema.

Gli autori distinguono le minacce informative dalle minacce cyber: le prime non compromettono sistemi tecnici ma sfruttano il funzionamento stesso delle piattaforme, come i feed algoritmici. Finora i governi britannici hanno affrontato la materia per compartimenti separati, dalla regolazione dei social media all’ingerenza straniera, sposando spesso interventi a bassa efficacia, come il divieto dei social media agli under 16 proposto dal DSIT o la sperimentazione di software di rilevamento dei deepfake condotta dall’Electoral Commission.

Concentrare le competenze su piattaforme e social media in DCMS, separandole dalla promozione degli investimenti tecnologici che restava in capo al DSIT, dovrebbe risolvere un conflitto d’interessi strutturale: finora la necessità di attrarre capitali dalle grandi aziende tecnologiche ha spesso prevalso sul contrasto alle loro pratiche. Anche l’Online Safety Act, approvato nell’ottobre 2023 sotto la regia di DCMS ma affidato all’applicazione del DSIT, ha sofferto di questa frammentazione, con un’applicazione lenta e responsabilità politiche poco chiare. Secondo il Foreign Affairs Committee, l’elevata soglia probatoria richiesta dal reato di ingerenza straniera online costituisce inoltre una lacuna sfruttabile dagli Stati ostili.

Gli autori raccomandano a DCMS di adottare la resilienza informativa come principio organizzatore per una strategia nazionale, distinguendo pilastri sistemici, di sua competenza, da pilastri di contrasto alle minacce, che restano dispersi tra Home Office e Foreign, Commonwealth and Development Office. Per questi ultimi propongono la creazione di un nuovo organismo dedicato al rilevamento e alla disarticolazione delle minacce informative, sul modello svolto dal National Cyber Security Centre per il dominio cyber.

Il commento di GrNet.it

Il parallelo con il National Cyber Security Centre richiamato dagli autori non è casuale: la dottrina britannica applica alla dimensione informativa lo stesso schema che negli anni Dieci consolidò la resilienza cyber attorno a un unico ente di riferimento. È un’analogia che vale la pena osservare da Roma, dove la governance della disinformazione resta frammentata tra Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza e singoli ministeri, senza un baricentro paragonabile a quello che DCMS potrebbe diventare. La distinzione tracciata dal RUSI tra minacce puntuali e criticità sistemiche legate al design delle piattaforme meriterebbe di entrare anche nel dibattito italiano, spesso ancora incentrato sulla sola disinformazione episodica. Resta da capire se un accentramento simile in Italia richieda una riforma di governo o possa realizzarsi con strumenti di coordinamento più leggeri.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 4 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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