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Missili e diplomazia: quando i test nucleari sabotano i negoziati

Nel maggio 2026, mentre delegati di tutto il mondo si riunivano presso le Nazioni Unite per discutere della non proliferazione nucleare, Stati Uniti e Russia hanno scelto di ricordare al pianeta l’entità della potenza distruttiva a loro disposizione. Il 12 maggio la Russia ha condotto un test del missile balistico intercontinentale Sarmat, con il presidente Putin che ha annunciato il suo dispiegamento operativo entro fine anno. Otto giorni dopo, l’Air Force americana ha lanciato un Minuteman III disarmato, missile in servizio dal 1970 che potrebbe dover operare fino al 2050, quattordici anni oltre la durata prevista, poiché il suo successore Sentinel accumula ritardi e sforamenti di bilancio.

Secondo l’analisi del Quincy Institute, questi test non hanno reso alcun paese più sicuro; al contrario, hanno deteriorato l’ambiente diplomatico nel momento esatto in cui i negoziatori cercavano di mantenere l’attenzione sulla riduzione dei rischi. L’undicesima Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (Npt) si è conclusa il 22 maggio senza un documento finale di consenso, il terzo fallimento consecutivo in altrettante edizioni quinquennali.

Lo stallo immediato è stato causato da un conflitto tra Stati Uniti e Iran sulla formulazione del testo riguardante le attività nucleari iraniane. Washington richiedeva un linguaggio diretto che nominasse l’Iran, mentre Teheran ha rifiutato e ha insistito sulla condanna dei stati nucleari che l’avevano attaccato in passato. Il presidente della conferenza, l’ambasciatore vietnamita Do Hung Viet, non ha nemmeno sottoposto l’ultimo progetto al voto, avendo precedentemente avvertito che un nuovo fallimento sarebbe stato catastrofico per la credibilità del trattato stesso.

Tuttavia, concentrarsi solo sulla disputa con l’Iran maschere una frattura più profonda. Il documento finale non è riuscito nemmeno a esortare gli stati nucleari a perseguire negoziati di disarmo «con urgenza», nonostante tale obbligo sia già contenuto nell’articolo VI del Npt. Il testo si è limitato a invocare un vago «dialogo costruttivo» che «potrebbe facilitare» discussioni future. Nel contempo, gli stati nucleari e i loro alleati hanno lavorato per indebolire o bloccare il linguaggio consolidato sulle conseguenze umanitarie dell’uso di armi nucleari.

Un elemento positivo è stato il mantenimento del supporto al Comprehensive Test Ban Treaty (Ctbt) e l’opposizione a qualsiasi ripresa dei test nucleari esplosivi, nonostante le obiezioni americane. Ciò rappresenta una difesa contro l’erosione di una norma consolidata, specialmente considerando che il presidente Trump ha ventilato l’idea di riprendere i test, con la Russia che ha avvertito che corrisponderebbe a qualsiasi mossa americana.

Il vero problema, secondo l’analisi, non è l’imminenza di un conflitto nucleare diretto, bensì il collasso dello spazio diplomatico. Anche test missilistici di routine rischiano di essere interpretati come minacce, e le minacce iniziano a sembrare preparazioni per la guerra. Nel frattempo, l’architettura del controllo degli armamenti si sta erodendo: il New START, ultimo grande accordo che limita gli armamenti nucleari strategici Usa-Russia, è scaduto il 5 febbraio. Sebbene entrambi i paesi sembrino osservare informalmente i limiti numerici del trattato, nessuno è legalmente vincolato e non esiste meccanismo di verifica.

Il Quincy Institute conclude che il fallimento della conferenza Npt rappresenta un’occasione persa per gli stati nucleari di fare il minimo indispensabile: riaffermare i loro impegni e trattare il disarmo come essenziale per la sicurezza. Con il collasso dello spazio diplomatico, l’accordo fondamentale del Npt—per cui gli stati non nucleari rinunciano alla bomba in cambio di progressi nel disarmo—appare sempre più squilibrato.

La simultaneità tra il test del Sarmat russo e il fallimento della conferenza Npt non è casuale: rivela come la deterrenza nucleare si sia trasformata da strumento di stabilità in linguaggio di minaccia. Per l’Italia, membro della NATO e paese non nucleare, il crollo del New START e l’assenza di nuovi vincoli legali comporta un’incertezza strategica che non era presente dagli anni Novanta. La lezione storica che il Quincy Institute richiama—le corse agli armamenti terminano sempre con il controllo degli armamenti, ma spesso dopo escalation evitabili—suggerisce che l’Europa dovrebbe premere per una riapertura dei canali diplomatici prima che il margine di manovra si riduca ulteriormente.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 28 maggio 2026

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