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Francia e Italia, due strategie parallele per l’Africa che l’Europa non riesce a fondere

«Rome and Paris find it easier to build coalitions with international lenders and non-European partners than with each other»: Roma e Parigi trovano più agevole costruire coalizioni con i prestatori internazionali e con partner extraeuropei che tra di loro. È la conclusione a cui arriva un’analisi dell’European Council on Foreign Relations, firmata da Maddalena Procopio e Suzanne Tisserand, dedicata al modo in cui Francia e Italia stanno ridisegnando la propria proiezione economica verso l’Africa.

Il punto di partenza è il vertice G20 del novembre 2025, tenutosi per la prima volta su suolo africano, che secondo le autrici certifica il peso crescente del continente come partner economico globale. Cina ed Emirati Arabi Uniti hanno eroso nell’ultimo decennio il primato commerciale storicamente detenuto dall’Unione europea. Nel solo 2026 l’Italia ha convocato ad Addis Abeba il suo secondo Africa Summit, mentre la Francia ha tenuto a Nairobi l’Africa Forward Summit, primo vertice Francia-Africa co-organizzato con un paese africano fuori dai confini francofoni.

I dati citati nell’analisi mostrano la portata del problema: l’Unione europea resta il primo partner commerciale dell’Africa, ma i suoi singoli stati membri sono ormai attori di taglia media. Gli investimenti europei in Africa superano i 250 miliardi di euro in stock, ma nel 2024 solo il 10% dei nuovi flussi verso il continente è arrivato dall’Europa. Nel 2025 il 70% delle importazioni europee dall’Africa era costituito da prodotti primari, contro un 28% di manufatti, con Francia e Italia tra i principali investitori nel settore estrattivo.

Le autrici ricostruiscono le due strategie nazionali: il Piano Mattei italiano, un fondo pubblico da 5,5 miliardi di euro nel periodo 2024-2027 che, tramite le garanzie di SACE (4 miliardi di euro erogati, per una stima di 18,5 miliardi di euro di capitali privati mobilitati), punta a moltiplicare le risorse disponibili; e il pacchetto francese Africa Forward, da 23 miliardi di euro complessivi, di cui 14 miliardi promessi da Parigi e 9 miliardi da partner africani, con appena 1,94 miliardi di euro di fondi pubblici francesi e il resto affidato a capitali privati.

Le due iniziative, pur nate da percorsi diversi, convergono su settori, paesi target e strumenti finanziari, ma procedono in parallelo invece di integrarsi. Le uniche eccezioni citate sono la collaborazione tra le banche di sviluppo statali italiana, francese e tedesca su un progetto idrico in Marocco nell’ambito del Piano Mattei, e il sostegno danese al meccanismo di finanziamento Italia-Banca africana di sviluppo.

L’ECFR propone tre linee d’azione per l’Unione europea: condividere il rischio tramite garanzie congiunte e pipeline di progetti comuni tra istituzioni come Cassa Depositi e Prestiti, Agence Française de Développement e Banca europea per gli investimenti; ragionare per corridoi transfrontalieri, citando come esempio ancora incompiuto il Corridoio di Lobito che collega le miniere di Congo e Zambia alla costa atlantica angolana; e contribuire a riformare le regole del sistema finanziario globale, sostenendo tra l’altro l’Agenzia africana di rating creditizio.

Il commento di GrNet.it

Un cantiere ferroviario che dovrebbe collegare le miniere congolesi e zambiane alla costa atlantica dell’Angola, ma che dopo anni di annunci resta privo di un disegno unico capace di tenere insieme infrastrutture, investimenti e integrazione regionale: il Corridoio di Lobito citato dall’ECFR è l’esempio più concreto di quanto l’ambizione europea in Africa fatichi a tradursi in esecuzione. Per un osservatore con esperienza di pianificazione logistica e di cooperazione multilaterale, il problema non è la scarsità di risorse quanto la loro frammentazione tra iniziative nazionali che si somministrano l’una accanto all’altra senza sincronizzarsi. Il Mediterraneo allargato, area di interesse diretto per l’Italia, rischia di restare terreno di sovrapposizione tra Piano Mattei e strategia francese invece che di sinergia operativa. Vale la pena chiedersi se la spinta a distinguersi da Parigi, comprensibile sul piano della competizione politica interna, non finisca per indebolire proprio la capacità italiana di attrarre coinvestitori europei sui corridoi infrastrutturali più strategici.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 29 luglio 2026

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