Medio OrienteOsservatorio Strategico

Il patto della Mecca e il primo banco di prova yemenita

Il 7 agosto, a pochi giorni dalla firma dell’accordo di difesa reciproca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, Riad si preparava già a possibili attacchi degli Houthi yemeniti e di gruppi legati all’Iran in Iraq, temendo colpi contro impianti energetici, porti e aeroporti. È in questo contesto che, secondo un’analisi di Responsible Statecraft firmata da Mohammed Nail Abdulqader, si è consumata la firma del patto trilaterale alla Mecca, con un primo test già in formazione.

Il testo dell’accordo stabilisce che un attacco armato contro uno dei tre firmatari sia considerato un attacco contro tutti, ma non specifica quali obblighi militari ne derivino, se l’assistenza sarebbe automatica né quale forma dovrebbe assumere la risposta degli altri due paesi. Al momento non vi sono segnali che Turchia e Pakistan si preparino a entrare direttamente nella guerra in Yemen.

Gli Houthi rappresentano un caso più complesso di un attacco convenzionale tra Stati: controllano ampie porzioni del nord dello Yemen, dispongono di missili, drone e capacità marittime, e mantengono legami politici e militari con Teheran, restando però un attore yemenita con una propria leadership. L’articolo si chiede se un missile caduto a Najran, un drone contro un impianto petrolifero o un attacco a una nave o installazione saudita fuori dal territorio del regno attiverebbero l’impegno trilaterale.

Ahmed Saleh, politologo ed esperto di affari yemeniti citato nell’articolo, sostiene che l’importanza dell’accordo per lo Yemen risieda nella capacità di modificare l’ambiente politico e securitario in cui operano gli Houthi: ogni nuovo attacco potrebbe spingere Turchia e Pakistan verso un coinvolgimento più profondo a fianco di Riad, ampliando il numero di Stati per cui la sicurezza saudita diventa un interesse diretto. Questo scenario, osserva l’autore, creerebbe anche un dilemma strategico per l’Iran, che non decide ogni scelta militare degli Houthi ma ne orienta la strategia.

Sul piano militare, secondo Salah Moayed, comandante delle forze governative yemenite riconosciute a livello internazionale nella regione costiera occidentale sul Mar Rosso, il cambiamento più rilevante riguarderebbe la rapidità con cui una minaccia può essere individuata e neutralizzata: difesa aerea, allerta precoce, guerra elettronica, contrasto ai drone, sorveglianza marittima e condivisione di intelligence renderebbero più costoso ogni attacco Houthi, anche senza un solo soldato turco o pakistano in territorio yemenita.

L’articolo individua nel Mar Rosso, e in particolare nello stretto di Bab al-Mandab, il terreno più probabile per la prima applicazione concreta del patto, meno rischioso politicamente rispetto a operazioni dentro lo Yemen. Per Washington l’accordo produce effetti contraddittori: da un lato risponde alla richiesta di maggiore condivisione degli oneri di sicurezza, dall’altro implica una maggiore autonomia decisionale di Riad, Ankara e Islamabad che potrebbe non coincidere con le preferenze statunitensi.

Il successo del patto, conclude l’analisi, non si misurerà nel numero di aerei o soldati mobilitabili, ma nella capacità di rendere più costoso un attacco senza ampliare il rischio di una guerra regionale più vasta.

Il commento di GrNet.it

Un accordo di mutua difesa che non specifica le soglie di attivazione è, dal punto di vista dottrinale, un’arma spuntata fino al primo caso concreto: la vaghezza volontaria del testo firmato alla Mecca lascia margine diplomatico ma espone tutti i firmatari al rischio di essere smentiti dai fatti alla prima escalation. L’ipotesi più realistica, quella di un supporto turco-pakistano limitato a difesa aerea, early warning e sorveglianza marittima senza impegno di terra, corrisponde a una logica di burden-sharing che Washington ha sempre auspicato, ma che comporta anche una perdita di leva americana sulle decisioni di risposta. Per un osservatore europeo il caso interessa non tanto per lo scenario yemenita in sé, quanto come precedente su come si costruisce oggi una deterrenza credibile senza automatismi bellici scritti nero su bianco, un problema non estraneo ai dibattiti sull’articolo 5 della NATO. Resta da vedere se la gradualità della risposta, pensata per evitare l’escalation, non finisca per essere letta dagli Houthi come un segnale di debolezza da testare ulteriormente.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 12 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

Redazione di GrNet.it, network di informazione su sicurezza e difesa attivo dal 2007. Segue quotidianamente le notizie e gli approfondimenti su Forze di Polizia, Forze Armate, scenari internazionali, normativa e concorsi del comparto sicurezza.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio