Ad Ankara l’Europa deve trasformare la crisi atlantica in leva per il riarmo

A un anno dal vertice di L’Aia, quando la NATO fissò l’obiettivo del 5% del PIL in spese per la difesa, l’alleanza si ritrova ad Ankara nella fase in cui le promesse vanno tradotte in contratti firmati e stanziamenti effettivi. È in questo passaggio, dalla retorica alla contabilità dei fondi realmente impegnati, che Chatham House inquadra il vertice come un momento di svolta per i rapporti tra Stati Uniti ed Europa.
Secondo il centro studi londinese, il presidente statunitense Donald Trump, coerente con il proprio approccio da imprenditore, chiederà agli alleati numeri concreti che dimostrino azioni tangibili dietro gli impegni assunti dodici mesi fa. Ma il vertice arriva anche dopo settimane segnate da annunci di riduzione della presenza militare americana in Europa, da dichiarazioni sprezzanti di Trump nei confronti della NATO e dalle minacce sulla Groenlandia, elementi che hanno eroso la fiducia dell’opinione pubblica europea nella leadership statunitense.
Washington ha comunicato agli alleati europei, a maggio, l’intenzione di ritirare gradualmente capacità militari dal continente, inclusi caccia, bombardieri strategici e navi da guerra, senza però fornire dettagli precisi, in un contesto di divisioni interne all’amministrazione Trump su tempi e portata dei tagli. Il comandante supremo della NATO ha dichiarato che gli alleati europei hanno già colmato quasi tutti i vuoti lasciati dai tagli americani, ma il rapporto avverte che le capacità europee restano inferiori alla scala dei tagli ipotizzati, e che un’uscita totale degli Stati Uniti dalla NATO richiederebbe, secondo alcune stime di esperti, fino a 25 anni per essere compensata.
Sull’altro fronte, la Russia procede a un riarmo lungo il confine orientale dell’alleanza e intensifica le operazioni ibride contro obiettivi occidentali. Mosca punta a un organico di 1,5 milioni di militari e alla costituzione di 17 nuove divisioni manovriere, radicandosi in un’economia di guerra che non sconta, a differenza degli Stati europei, un’opposizione interna alla spesa militare. Per il Cremlino, l’espansione della NATO nei paesi nordici e il sostegno a Kiev restano minacce esistenziali permanenti, mentre percepisce una minore priorità attribuita da Washington al teatro europeo.
Dati Pew Research citati nell’analisi mostrano che, in dieci paesi europei sondati, una media dell’81% degli intervistati non ha fiducia che Trump agisca correttamente in politica estera. Chatham House suggerisce che questo sentimento diffuso possa essere impiegato dai governi per costruire sostegno parlamentare e riformare le burocrazie necessarie a centrare gli obiettivi di difesa.
Il rapporto propone tre linee d’azione: costruire una narrazione pubblica condivisa sulle intenzioni di Putin e sul disimpegno americano, evitando panico ma promuovendo investimenti coordinati; guardare al modello industriale nordico di cooperazione con l’industria della difesa, dalla definizione dei fabbisogni alla produzione; e adottare strumenti di intelligenza artificiale nei processi di procurement, sul modello statunitense, per accorciare i tempi di consegna delle capacità necessarie.
Il commento di GrNet.it
Un esercito che cresce di 17 divisioni senza vincoli di bilancio interni non si contrasta con annunci di bilancio pluriennali negoziati in parlamento: è una differenza di velocità decisionale, non solo di risorse. Chatham House lo intuisce quando invita gli europei a smontare i colli di bottiglia burocratici, ma la questione riguarda anche la catena industriale italiana, che dipende ancora da appalti pluriennali e da processi autorizzativi lenti rispetto ai tempi di produzione russi. Il richiamo al modello nordico di dialogo con l’industria della difesa meriterebbe una lettura attenta a Roma, dove il rapporto tra ministero della Difesa e sistema produttivo nazionale resta più frammentato che in Scandinavia. Resta un nodo che il rapporto solleva solo indirettamente: se la fiducia pubblica nella leadership americana continua a calare, la sostenibilità politica interna degli aumenti di spesa in Italia dipenderà da una comunicazione che finora non ha trovato una voce univoca.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 6 luglio 2026




