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Il D-Day economico di Trump contro Teheran rafforza proprio i falchi iraniani

Secondo un’analisi di Daniel Brumberg pubblicata da Responsible Statecraft e ripresa dall’Arab Center Washington DC, l’ultima offensiva sanzionatoria annunciata da Donald Trump contro l’Iran, ribattezzata dallo stesso presidente «Economic D-Day», produrrà l’effetto opposto a quello dichiarato: non piegherà Teheran, ma rafforzerà la presa dei funzionari della sicurezza più intransigenti sull’apparato statale.

Il 19 agosto 2026 Trump aveva minacciato «conseguenze economiche TREMENDE» per qualsiasi paese offrisse sostegno finanziario all’Iran. Il 24 agosto il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato un «attacco economico» alle connessioni finanziarie iraniane nel mondo, arrivando a invitare i soldati del regime a chiedersi se i loro comandanti li stiano guidando «al trionfo o alla rovina», paragone esplicito alla caduta del Muro di Berlino.

L’autore ricostruisce un processo di consolidamento delle fazioni oltranziste iniziato ben prima dello scoppio dell’operazione Epic Fury, il 28 febbraio 2026, con radici che risalgono all’elezione di Ebrahim Raisi nel 2021. La morte di Raisi nel 2024 e l’elezione del riformista Masoud Pezeshkian avevano rappresentato una battuta d’arresto per questo progetto, ribaltata dalla guerra dei 12 giorni lanciata da Israele e Stati Uniti il 13 giugno 2025 e dall’uccisione, il 28 febbraio 2026, della Guida Suprema Ali Khamenei insieme a moglie, figlia e nipote.

Al vertice del nuovo assetto di potere siede oggi un gruppo di funzionari della sicurezza, età media attorno ai settant’anni, tutti reduci della guerra Iran-Iraq del 1980-88: il capo di Stato maggiore Ali Abdollahi Aliabadi, il comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) Ahmad Vahidi, il capo dei Basij Hossein Taeb. Sono loro, nominati con decreti emessi a nome del nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, a determinare di fatto la politica interna ed estera della Repubblica islamica.

Mojtaba, spiega Brumberg, non ha ereditato il ruolo di arbitro tra le fazioni che aveva il padre: la sua autorità dipende dall’alleanza con gli stessi oltranzisti che lo hanno sostenuto, e la sua assenza pubblica dallo scoppio del conflitto ha lasciato ai falchi mano libera su fronte interno ed estero. Ciò nonostante, i pragmatici attorno a Pezeshkian mantengono uno spazio di manovra per la diplomazia, tollerato dagli stessi oltranzisti come opzione di riserva.

Il testo ricorda il crollo del cessate il fuoco dopo l’attacco con drone del 25 giugno 2026 nello Stretto di Hormuz e gli scambi di colpi del 30-31 agosto seguiti all’attacco statunitense contro lanciarazzi iraniani sull’isola di Larak. Figura chiave nel dialogo tra le fazioni resta lo speaker del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, ex comandante dell’aviazione dell’IRGC diventato negoziatore capo. L’autore conclude che la politica iraniana di Trump appare strategicamente incoerente, oscillando da 14 mesi tra il regime change e la ricerca di un accordo, mentre pretende la resa nucleare di Teheran come condizione di fondo.

Il commento di GrNet.it

Che cosa succede quando una potenza esterna punta a far crollare un regime dall’interno colpendone l’economia, senza prima avere un piano su chi dovrebbe raccoglierne l’eredità? La storia recente, dall’Iraq alla Libia, suggerisce che la pressione economica massima tende a rafforzare gli apparati di sicurezza più radicati, non a indebolirli, perché la sopravvivenza del regime diventa l’unico collante tra fazioni altrimenti in conflitto. Per Roma, che nel Golfo ha interessi energetici e di traffico marittimo diretti, questa lettura suggerisce cautela nel leggere ogni nuovo giro di sanzioni come preludio a un cambiamento politico imminente a Teheran. Vale la pena osservare, semmai, l’assenza pubblica del nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei come variabile più significativa di qualunque annuncio da Washington.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 settembre 2026

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