Tortura in carcere, il sindacato chiede una norma più chiara

Il SAPPE: «Confini rigidi tra forza legittima e abuso, senza zone grigie per chi lavora nelle sezioni»
Roma, 22 settembre 2026 – Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE) rilancia la richiesta di riscrivere l’articolo 613-bis del Codice penale sul reato di tortura, chiedendo una definizione più precisa che tuteli gli operatori da denunce strumentali senza indebolire la lotta agli abusi reali.
«Il reato di tortura deve restare uno strumento efficace contro ogni abuso, ma deve avere confini chiari e rigorosi» afferma il sindacato. «Chi lavora nelle sezioni detentive deve poter intervenire per garantire sicurezza e incolumità senza trovarsi successivamente esposto al rischio che un intervento necessario venga trasformato in una gravissima contestazione penale».
La richiesta torna d’attualità alla luce della vicenda di San Gimignano, dove dieci poliziotti penitenziari sono coinvolti in un procedimento nel quale la Cassazione ha annullato la condanna disponendo un nuovo giudizio. «La vicenda riporta al centro il delicatissimo confine tra uso legittimo della forza, eventuale eccesso e tortura» sottolinea il SAPPE.
Secondo il sindacato, nelle carceri italiane sono già decine i detenuti che riferiscono presunte violenze, spesso senza prove, esponendo al pubblico ludibrio l’onorabilità di agenti, assistenti, sovrintendenti, ispettori, funzionari e dirigenti della Polizia Penitenziaria. «Una denuncia non può diventare automaticamente una condanna mediatica dell’operatore. La responsabilità deve essere personale e fondata su fatti e prove» precisa il SAPPE.
Il sindacato sottolinea che quando in una sezione scoppia una colluttazione, un detenuto aggredisce qualcuno o oppone violenta resistenza, il poliziotto deve decidere in pochi secondi. «Intervenire può richiedere l’uso della forza; non intervenire può aggravare il pericolo. Non si può chiedere a chi garantisce la sicurezza di lavorare nel timore di dover poi indovinare i confini del reato».
Il SAPPE chiede una revisione della norma che renda più leggibile la distinzione tra forza necessaria e proporzionata, eccesso illecito e tortura, chiarendo anche il rapporto tra responsabilità individuale e condotte realizzate durante interventi collettivi. La Cassazione ha fissato per il 26 novembre 2026 l’udienza delle Sezioni Unite su un rilevante profilo interpretativo della fattispecie di tortura commessa dal pubblico ufficiale.
«Il legislatore non può lasciare sulle spalle dei singoli operatori l’incertezza della norma» conclude il sindacato, rivolgendosi a Governo e Parlamento per «aprire un confronto concreto per riscrivere l’articolo 613-bis, senza abrogare il reato e senza creare zone franche per gli abusi, ma garantendo certezza del diritto».



