Detenzione domiciliare per tossicodipendenti, il Sappe approva la riforma

La Camera approva il provvedimento del ministro Nordio. Il sindacato: «Risposta concreta per la sicurezza negli istituti»
Roma, 29 luglio 2026 – Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) accoglie con soddisfazione l’approvazione alla Camera dei Deputati del provvedimento che consente ai detenuti tossicodipendenti di accedere alla detenzione domiciliare in casi particolari, nell’ambito di percorsi terapeutici socio-riabilitativi residenziali o semiresidenziali.
La norma, voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, prevede una modalità differenziata di esecuzione della pena per i condannati a una pena detentiva non superiore a otto anni, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, purché aderiscano a un programma di recupero certificato.
«Accogliamo con vivo apprezzamento questo importante passo avanti», dichiara Donato Capece, segretario generale del Sappe. «Da anni sosteniamo che i detenuti tossicodipendenti non dovrebbero scontare la pena in carcere, così come coloro che sono affetti da gravi patologie psichiatriche. Si tratta di persone che necessitano innanzitutto di cure, assistenza sanitaria e percorsi terapeutici specialistici, che l’istituzione penitenziaria non può e non deve sostituire».
Secondo il Sappe, le carceri italiane sono chiamate a garantire sicurezza, legalità e trattamento rieducativo, ma non possono trasformarsi in strutture sanitarie. «Affidare al sistema sanitario la presa in carico dei soggetti affetti da dipendenze patologiche e da gravi disturbi psichici significa assicurare loro interventi più efficaci e, nello stesso tempo, alleggerire una pressione gestionale che grava pesantemente sugli istituti penitenziari e sul personale di Polizia Penitenziaria», prosegue Capece.
Il provvedimento rappresenta inoltre una risposta alle esigenze di sicurezza interna degli istituti. «Una quota significativa delle tensioni, delle aggressioni, degli atti di autolesionismo e delle criticità quotidiane nelle carceri è riconducibile proprio alla presenza di detenuti con dipendenze o con importanti fragilità psichiatriche», evidenzia il leader del sindacato.
Capece conclude auspicando che questo sia il primo passo di una più ampia riforma dell’esecuzione penale, capace di coniugare sicurezza, legalità, cura e reinserimento sociale, a cominciare dai detenuti con malattie mentali che dovrebbero uscire dalle carceri per andare nelle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza).




