Missili a lungo raggio quasi esauriti dopo Iran e Ucraina, avverte Responsible Statecraft

Dal 2022 in avanti l’apparato militare statunitense ha attraversato due conflitti consecutivi che, secondo Responsible Statecraft, ne hanno progressivamente svuotato gli arsenali di precisione. Il sito legato al Quincy Institute, richiamando un’inchiesta di Reuters, riferisce che gli Stati Uniti hanno impiegato «praticamente tutti» i missili di precisione a lungo raggio durante la guerra contro l’Iran, comprese le due famiglie di sistemi superficie-superficie Army Tactical Missile Systems (ATACMS) e Precision Strike Missiles (PrSM).
Le fonti citate da Reuters non hanno specificato quante unità restino effettivamente disponibili. Il quadro si aggrava se si considerano altri sistemi d’arma critici: il Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha stimato, in un’analisi della scorsa settimana, meno di 827 missili Patriot e meno di 278 intercettori balistici THAAD nelle scorte statunitensi.
Responsible Statecraft colloca l’origine del problema ben prima della guerra con l’Iran, individuandola nel sostegno militare a Kiev. Dal 2022 Washington ha ceduto armamenti all’Ucraina a un ritmo superiore alla propria capacità di sostituirli, includendo intercettori Patriot e un numero non precisato di ATACMS.
Nonostante l’accumularsi di indicazioni in questo senso, il presidente Donald Trump, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e l’ambasciatore alle Nazioni Unite Mike Waltz hanno più volte negato che gli Stati Uniti stiano esaurendo munizioni critiche.
I fatti raccontati dal sito, tuttavia, suggeriscono il contrario: negli ultimi mesi il Pentagono ha moltiplicato i tentativi di rimpinguare le scorte, incluso il lancio ripetuto di pacchetti di spesa straordinari. L’ultimo, in ordine di tempo, è una richiesta da 18,2 miliardi di dollari destinata in parte all’acquisto di intercettori.
In primavera il Pentagono aveva già assegnato a RTX un contratto da 441 milioni di dollari per missili PAC-2, versione più datata dei Patriot che gli Stati Uniti non ordinavano da decenni. Alle aziende civili Ford, General Motors e Oshkosh è stato inoltre chiesto di valutare la possibilità di convertire parte della propria produzione in armamenti.
Il mese scorso un funzionario statunitense aveva dichiarato al Washington Post che le munizioni disponibili non erano sufficienti a sostenere le operazioni militari in Medio Oriente, aggiungendo: «Non credo che la Casa Bianca ne sia consapevole». Responsible Statecraft chiude ricordando un dato strutturale spesso trascurato nel dibattito pubblico: la produzione di munizioni di precisione è costosa e richiede spesso anni per essere ricostituita, rendendo il divario tra consumo e rifornimento difficilmente colmabile nel breve periodo.
Il commento di GrNet.it
L’analisi si concentra sulle scorte statunitensi ma lascia sullo sfondo un dato che riguarda direttamente gli alleati europei: se Washington fatica a rimpiazzare ATACMS, Patriot e THAAD nonostante una base industriale incomparabilmente più ampia di quella italiana, il problema per Roma non è se ma quanto più acuto sarebbe un analogo scenario di consumo prolungato. Le forze armate italiane dispongono di scorte di munizionamento guidato dimensionate su ipotesi di impiego limitato, non su conflitti ad alta intensità e durata pluriennale. Il tempo di ricostituzione citato dal rapporto, misurato in anni e non in mesi, vale a maggior ragione per una filiera industriale nazionale meno integrata verticalmente di quella statunitense. Prima di discutere di ulteriori cessioni o di nuovi impegni operativi, varrebbe la pena chiedersi quanto durerebbero le scorte italiane in un conflitto di intensità paragonabile, e con quale margine di autonomia rispetto ai tempi di riassortimento alleato.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 4 agosto 2026



