Gaza, il disarmo di Hamas rilancia la pressione su Israele

Dall’ottobre 2025, quando è entrato in vigore il cessate il fuoco a Gaza, il Board of Peace ha subordinato quasi ogni altro passo del piano in venti punti di Donald Trump al disarmo di Hamas: l’ingresso del Comitato tecnocratico nazionale per l’amministrazione di Gaza (National Committee for the Administration of Gaza, NCAG), il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione (International Stabilization Force, ISF) e l’avvio della ricostruzione. È quanto osserva un commento di Chatham House, che segnala come questa impostazione abbia finora escluso qualsiasi discussione sul ritiro israeliano.
Nel frattempo il controllo israeliano del territorio è aumentato, passando da circa il 53 per cento di Gaza nell’ottobre 2025, lungo la cosiddetta Linea Gialla, a quasi il 70 per cento attuale. L’annuncio di Trump secondo cui Hamas avrebbe accettato il piano di disarmo potrebbe alterare questo equilibrio: secondo l’autrice, mettendo Israele con le spalle al muro sul terreno negoziale, Hamas esercita per la prima volta da mesi una pressione esterna su Gerusalemme. Resta da vedere se il Board of Peace, e Trump in particolare, siano disposti a esercitare la pressione necessaria su entrambe le parti per superare l’impasse attuale.
L’analisi ritiene improbabile che si definisca a breve un calendario per la consegna delle armi o il ritiro delle truppe. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in vista delle elezioni di ottobre, ha ogni interesse a dilatare i tempi: qualsiasi apertura pubblica su una riduzione del controllo a Gaza rischierebbe di alienargli l’elettorato, mentre alcuni ministri di destra hanno già annunciato progetti di nuovi insediamenti nell’enclave.
Anche per Hamas, guidata dal nuovo leader Khalil al-Hayya, temporeggiare risulta funzionale: l’adesione al piano la mantiene nel dibattito sul futuro di Gaza e potrebbe spostare su Israele l’onere dell’intransigenza, pur sapendo che la consegna effettiva delle armi non sarà immediata.
Le due parti, nota il rapporto, tendono a irrigidirsi sulle rispettive condizioni di sequenza: Israele chiede il disarmo completo prima di qualsiasi ritiro, Hamas pretende il ritiro israeliano prima della consegna delle armi. Israele ha già dichiarato di non voler arretrare senza un disarmo genuino, esprimendo alla Casa Bianca serie preoccupazioni di sicurezza sull’accordo; avrebbe inoltre chiesto libertà di colpire nelle aree destinate all’ISF e si sarebbe opposto al coinvolgimento di Qatar e Turchia nelle fasi di verifica, oltre a richiedere la distruzione, e non il semplice stoccaggio, delle armi confiscate.
Hamas, dal canto suo, ha respinto la richiesta di distruggere le armi e ha evitato deliberatamente i termini disarmo o resa, preferendo il termine decommissioning, ispirato in parte al processo nordirlandese: la parola disarmament, sottolinea l’analisi, non compare mai nella roadmap di Trump. Il gruppo condiziona inoltre i propri passi alla fine di ogni forma di aggressione israeliana, al ritiro sulla Linea Gialla, all’ingresso di ISF e NCAG e al rispetto degli obblighi umanitari, e insisterà probabilmente su un percorso verso l’autodeterminazione palestinese richiamato nell’articolo 8 del piano, mentre Netanyahu ha respinto integralmente l’ipotesi di uno Stato palestinese.
Nonostante la retorica della zero trust, che vincola ogni fase a verifiche esterne, l’autrice ritiene più probabile che entrambe le parti si limitino a offrire al Board of Peace segnali parziali, evitando impegni concreti. Decisiva sarà la tenuta dell’impegno personale di Trump: se il modello degli ultimi anni si confermasse, il piano rischierebbe di restare un annuncio ad effetto privo del lavoro negoziale necessario per diventare operativo.
Il commento di GrNet.it
L’accordo sul disarmo, per come lo descrive Chatham House, non sposta gli equilibri sul terreno: sposta solo la sede della trattativa. Un ufficiale che abbia seguito processi di decommissioning, il riferimento al modello nordirlandese richiamato nell’articolo non è casuale, sa che la sequenza tra disarmo e ritiro è sempre il punto più negoziato e più aggirabile di qualsiasi accordo di cessate il fuoco. La vera variabile qui non è la volontà delle parti, entrambe interessate a temporeggiare, ma la disponibilità di Washington a tradurre la retorica della zero trust in condizionalità reali verso Israele, cosa che l’analisi lascia apertamente in dubbio. Per l’Italia, che partecipa a missioni di stabilizzazione in contesti analoghi, il caso Gaza conferma quanto sia fragile un mandato di forza internazionale privo di garanzie di sicurezza autonome sul terreno.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 3 agosto 2026




