Il piano di investimenti per la difesa britannica non è al passo con la minaccia

Secondo un’analisi pubblicata dallo European Council on Foreign Relations (ECFR), a firma di Nick Witney, il Defence Investment Plan (DIP) britannico, appena pubblicato dal governo di Londra, non è all’altezza della sfida posta dalla Russia, non recepisce fino in fondo le lezioni del conflitto in Ucraina e ignora quanto la presidenza di Donald Trump abbia già cambiato gli equilibri transatlantici.
Sul fronte della minaccia russa, l’autore riconosce alcuni meriti al piano: l’attenzione alla difesa cyber ed elettromagnetica e l’investimento da 5 miliardi di sterline sui droni, con priorità alla robotica subacquea, rispondono in modo plausibile a uno scenario in cui Vladimir Putin, anche in caso di sconfitta in Ucraina, potrebbe spostarsi verso sabotaggi, attacchi alle infrastrutture sottomarine e minacce nucleari. Desta invece perplessità la scelta di affidare la difesa aerea e missilistica integrata interamente a un’iniziativa NATO, senza alcuna proposta per accelerare la produzione di missili da parte di MBDA, azienda europea di riferimento nel settore, per un terzo di proprietà britannica.
Quanto alle lezioni ucraine, Witney sostiene che il conflitto abbia imposto un paradigma bellico radicalmente nuovo: il passaggio da aerei, navi e carri armati, ormai vulnerabili, a reti di sensori e sorveglianza collegate a sistemi di comando basati sull’intelligenza artificiale, con cicli di sviluppo e aggiornamento ridotti a settimane o giorni. Il DIP prevede sì un nuovo Digital Targeting Web e droni abbinati a piattaforme di nuova generazione, come i velivoli senza pilota “gregari” del caccia di sesta generazione Tempest, ma la quota maggiore degli investimenti resta destinata a programmi tradizionali: lo stesso Tempest, il deterrente nucleare, il programma AUKUS per i sottomarini d’attacco a propulsione nucleare con Stati Uniti e Australia, gli elicotteri. Il piano parla di dover “disinvestire senza pietà” dalle vecchie capacità, ma nella pratica l’unico sacrificio concreto riguarda alcuni cacciatorpediniere e fregate di vecchia concezione, mentre le portaerei restano intoccate.
Sul rapporto con Washington, l’analisi definisce il DIP incurante del mutato contesto geopolitico: nonostante Trump si sia schierato con Putin sull’Ucraina, abbia minacciato la Danimarca sulla Groenlandia e promesso riduzioni delle truppe americane in Europa, il documento ribadisce che gli Stati Uniti restano “l’alleato più stretto” di Londra in materia di difesa e sicurezza. Viene citata come sintomatica la decisione di acquistare ulteriori F-35 per il trasporto di bombe nucleari statunitensi, capacità già garantita da altri sei alleati NATO europei, a fronte di un codice sorgente mai condiviso da Washington e di voci su un possibile “kill switch” controllato dagli americani.
Il rapporto segnala infine come, un anno dopo il summit UE-Regno Unito, l’auspicata rapida ammissione britannica al programma SAFE di collaborazione industriale della difesa europea non si sia ancora concretizzata, complice la diffidenza continentale verso l’effettivo impegno di Londra nella cooperazione post-Brexit. A fare da contrappunto, un sondaggio ECFR citato nell’articolo mostra che il 63% dei cittadini britannici darebbe priorità ai rapporti con l’Europa nella cooperazione di difesa, contro il 19% per gli Stati Uniti: l’opinione pubblica risulterebbe quindi più avanti dell’establishment nel prendere atto del terremoto geopolitico innescato da Trump.
Il commento di GrNet.it
Un piano di investimenti che destina la parte maggiore delle risorse a portaerei, Tempest e sottomarini AUKUS mentre affida la difesa aerea integrata a un generico impegno NATO non è un piano di transizione, è un compromesso che rinvia le scelte difficili. La contraddizione più istruttiva per Roma riguarda però la sovranità tecnologica: acquistare F-35 il cui codice sorgente resta in mano americana, con il sospetto di un kill switch remoto, è un rischio che riguarda direttamente anche l’Aeronautica Militare italiana, utilizzatrice della stessa piattaforma. La distanza tra opinione pubblica ed establishment militare descritta per il Regno Unito, con i cittadini più propensi degli apparati a guardare all’Europa, meriterebbe una verifica analoga in Italia, dove il dibattito sulla difesa resta in gran parte confinato agli addetti ai lavori. Difficile dire se la nuova leadership di Downing Street troverà davvero, come suggerisce l’analisi, più margine politico di quanto l’establishment difensivo immagini.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 3 luglio 2026



