Mar Rosso e Hormuz, doppio blocco: la sicurezza marittima collettiva è alla prova

Secondo un’analisi di Chatham House, il blocco navale annunciato dagli Houthi contro l’Arabia Saudita il 20 luglio 2026 apre una fase nuova e più pericolosa nella crisi che coinvolge il commercio marittimo globale. Con segnalazioni già in corso di attacchi contro naviglio saudita, lo stretto di Bab al-Mandab e il Canale di Suez risultano di fatto chiusi, sigillando entrambi gli accessi al Mar Rosso e aggravando la crisi già aperta nello Stretto di Hormuz. Il mondo si trova così davanti a una crisi simultanea su tre punti di strozzatura marittima.
Il rapporto inquadra la mossa iraniana su Hormuz come una scommessa calcolata, riassumibile nella logica dell’escalation per ottenere la de-escalation: Teheran punta ad alzare i costi dello stallo fino a costringere Washington a tornare al tavolo negoziale su termini più ampi. Il coinvolgimento Houthi, in questo schema, avvantaggia l’Iran perché aumenta la pressione sugli alleati regionali degli Stati Uniti, soprattutto sull’Arabia Saudita, colpisce i mercati petroliferi e diversifica la leva di Teheran garantendole al tempo stesso una negabilità plausibile.
Gli autori sottolineano però che gli Houthi non sono un semplice strumento iraniano. Il movimento resta inserito nell’Asse della Resistenza e dipendente dall’assistenza militare di Teheran, ma conserva una autonomia significativa, in particolare negli obiettivi politici interni. La disruption marittima serve loro per ottenere leva sulla comunità internazionale, scoraggiare avversari regionali come Riyad e rafforzare la legittimità interna del movimento, presentato come capace di sfidare attori esterni potenti. L’obiettivo dichiarato è spingere l’Arabia Saudita a riprendere la roadmap politica sospesa a fine 2023, incluse nuove intese finanziarie a favore della governance Houthi.
Il documento riporta una dichiarazione secondo cui gli Houthi non hanno bisogno di una capacità operativa perfetta per produrre effetti strategici: il loro obiettivo non è affondare molte navi, ma generare incertezza sufficiente perché gli assicuratori alzino i premi, le compagnie deviino le rotte e i governi assorbano costi economici crescenti. Per questo il successo del movimento si misura più sul piano psicologico che su quello militare.
Le conseguenze della chiusura simultanea dei due stretti si estendono oltre il Medio Oriente, con economie dipendenti dalle importazioni come India, Cina, Giappone e Corea del Sud esposte a costi economici rilevanti. Il rischio maggiore, secondo Chatham House, è però un collasso delle regole internazionali condivise: quanto più si protrae la crisi, tanto più cresce l’incentivo per singoli Stati a negoziare accordi bilaterali di transito con Iran e Houthi, indicazioni delle quali sono già emerse per Hormuz. Tali arrangiamenti riducono i rischi immediati per chi li stipula, ma premiano la coercizione e indeboliscono la sicurezza marittima collettiva.
Tra le opzioni di risposta, il rapporto cita la proposta di aprile di Regno Unito e Francia per una coalizione di 40 nazioni a tutela del transito nello Stretto di Hormuz, oltre alle missioni europee Aspides e Atalanta già operative tra Golfo e Mar Rosso. Rafforzare questi meccanismi multinazionali, secondo gli autori, sarebbe più efficace che lasciare proliferare accordi bilaterali concorrenti, mentre una presenza crescente di società di sicurezza marittima privata rischia di complicare il comando e controllo e le responsabilità in caso di incidenti.
Il commento di GrNet.it
Quanto può reggere una coalizione multinazionale se ogni Stato membro calcola diversamente il proprio costo di rischio assicurativo e commerciale? È qui che l’analisi di Chatham House lascia aperta una domanda operativa: Aspides e Atalanta sono nate per scortare e proteggere, non per gestire un doppio blocco simultaneo con regole di ingaggio potenzialmente divergenti da quelle di un’eventuale coalizione su Hormuz. Per la Marina Militare italiana, presente in entrambi i teatri con assetti e personale, la vera incognita non è la capacità Houthi di colpire, ma la tenuta del coordinamento tra missioni europee, coalizioni ad hoc a guida anglo-francese e operazioni statunitensi con logiche di deterrenza diverse. Se Roma vuole contare in questo dossier, la sede naturale resta il tavolo europeo, non l’adesione isolata a intese bilaterali che l’analisi stessa segnala come corrosive per la sicurezza collettiva.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 24 luglio 2026




