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Il rimedio gollista alla subordinazione francese verso Washington

Nel 1966, dal palco di Phnom Penh, Charles de Gaulle mise in guardia gli Stati Uniti dal disastro strategico a cui li avrebbe condotti la guerra del Vietnam, non per indebolire Washington ma per risparmiarle un errore. È a quel precedente che si rifà Natacha Polony in un intervento pubblicato su Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, per denunciare quella che definisce una deriva di subordinazione della Francia contemporanea verso gli Stati Uniti.

L’autrice parte da un episodio recente: in occasione del G7 ospitato in Francia lo scorso giugno, Parigi ha posticipato il vertice dal 14 al 16 giugno per non sovrapporlo agli ottant’anni di Donald Trump, ha costruito l’agenda dei lavori attorno alle priorità del presidente americano e ha persino rinviato di una settimana la cerimonia di traslazione delle spoglie di Marc Bloch al Panthéon, spostandola dall’anniversario della sua uccisione da parte della Gestapo nel 1944. Per Polony si tratta del sintomo di un atteggiamento che tratta i desiderata di Washington come vincoli superiori persino sulla memoria nazionale francese.

L’articolo ricostruisce una serie di episodi in cui la Francia, secondo l’autrice, avrebbe rinunciato a un giudizio autonomo: dal sostegno all’allargamento della NATO dopo il vertice di Bucarest del 2008 — quando invece Nicolas Sarkozy e Angela Merkel si erano opposti all’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza, consapevoli che Mosca considerava la prospettiva una linea rossa strategica — fino all’adesione nel 2012 al sistema di difesa missilistica della NATO, percepito da Mosca come dispiegamento ostile nonostante fosse formalmente indirizzato all’Iran. Un ulteriore caso citato è il ritiro americano dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018, davanti al quale Parigi avrebbe dovuto opporsi con fermezza invece di accettare l’uscita forzata delle proprie aziende dal mercato iraniano.

Sul più recente conflitto con l’Iran, interrotto solo brevemente da un Memorandum of Understanding, Polony richiama le letture convergenti di Robert Kagan, nel saggio sull’Atlantic intitolato «Checkmate in Iran», e di John J. Mearsheimer, entrambi concordi nel definirlo un contraccolpo strategico per Washington. L’autrice avverte che una ripresa prolungata delle ostilità potrebbe produrre effetti economici globali di cui l’Occidente pagherebbe il prezzo più alto.

Il nodo centrale dell’analisi riguarda la natura stessa dell’alleanza: un’alleanza autentica richiede partner capaci di apportare contributi distinti, non subordinati che eseguono decisioni prese altrove. La Francia, ricorda Polony, dispone di attributi che la renderebbero un alleato prezioso in un rapporto paritario: il seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu, il secondo dominio marittimo mondiale, una rete diplomatica estesa, un deterrente nucleare indipendente e una base industriale strategica di livello mondiale.

L’articolo colloca questa riflessione nel contesto dello spostamento strategico americano verso l’Indo-Pacifico, che ridurrà la disponibilità di Washington a farsi carico indefinitamente della sicurezza occidentale. In questo scenario, conclude l’autrice, l’interesse di lungo periodo degli Stati Uniti starebbe nel favorire alleati più autonomi e capaci, non più dipendenze economiche e culturali.

Il commento di GrNet.it

Vale, per un’alleanza, ciò che vale per una catena di comando: un subordinato che esegue senza mai dissentire non protegge il comandante dagli errori, li asseconda. Il richiamo di Polony ai casi Iraq 2003 e Bucarest 2008 ha un valore dottrinale preciso, perché mostra come il dissenso alleato, se argomentato, possa funzionare da correttivo strategico più che da atto di slealtà. Per l’Italia, storicamente ancora più prudente di Parigi nel marcare distanze da Washington, la questione si pone in termini analoghi mai discussi con la stessa chiarezza: la sostenibilità politica interna di scelte di sicurezza percepite come subite anziché condivise. Resta da capire quanto la postura descritta dall’autrice sia realmente attuabile per Roma, che non dispone del seggio permanente all’Onu né del deterrente nucleare che sostengono l’autonomia rivendicata per Parigi.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 31 luglio 2026

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