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L’Iran e il Golfo: come la guerra ridisegna la strategia saudita

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta imponendo una profonda revisione della strategia saudita, con effetti che si estendono all’intero assetto geopolitico del Golfo Persico. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha rivelato una vulnerabilità strutturale per l’Arabia Saudita, minacciando direttamente il successo del programma Vision 2030 e i piani di trasformazione economica del regno.

Storicamente, Riyadh considerava altamente improbabile una chiusura prolungata dello Stretto, attraverso il quale transita la maggior parte delle sue esportazioni petrolifere e delle merci. Ora che l’evento si è verificato, il rischio di una ripetizione rimane concreto. Una disruption prolungata o ricorrente comporterebbe effetti significativi sui flussi di entrate, sulla fiducia degli investitori e sulla capacità dell’Arabia Saudita di presentarsi come hub stabile per il commercio, la logistica e la finanza regionale.

Di conseguenza, il regno sta riorientando la propria geografia economica verso il Mar Rosso, riducendo la dipendenza da Hormuz. Progetti infrastrutturali lungo la costa occidentale saudita—porti, zone industriali e sviluppi turistici—diventeranno prioritari. Saudi Aramco dovrà reindirizzare le esportazioni di greggio verso il Mar Rosso o almeno costruire capacità di trasporto via pipeline per raggiungere i 7 milioni di barili al giorno necessari a eguagliare i livelli pre-bellici. Attualmente, la società trasporta circa 4 milioni di barili al giorno dal settore orientale verso ovest, esportandoli dal terminale di Yanbu sul Mar Rosso. Con i prezzi del petrolio attestati intorno ai 120 dollari al barile—circa il doppio dei livelli pre-guerra—Riyadh mantiene una certa resilienza finanziaria, sebbene investimenti infrastrutturali significativi a lungo termine rimangono inevitabili.

Tuttavia, il riorientamento verso il Mar Rosso non elimina il rischio, lo rilocalizza. Gli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso condotti dagli Houthi, alleati dell’Iran, dimostrano che l’insicurezza marittima diventerà un vincolo centrale per la reorientazione occidentale saudita, non una preoccupazione secondaria.

La riluttanza dell’Arabia Saudita a impegnarsi direttamente nella guerra contro l’Iran e la sua pressione contro ulteriori escalation riflettono questa consapevolezza. La leadership riconosce che una risposta cinetica ai colpi iraniani non solo aumenterebbe i rischi per gli asset energetici e le infrastrutture critiche, ma potrebbe anche trascinare gli Houthi più direttamente nel conflitto, minacciando le rotte di esportazione alternative essenziali per la diversificazione da Hormuz.

Questa divergenza di interessi spiega anche le crescenti tensioni tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi ha assunto una posizione più dura contro l’Iran, allineandosi più strettamente agli Stati Uniti e a Israele, e ha criticato sia la leadership iraniana per gli attacchi sul territorio emiratino sia i partner regionali per non aver risposto con maggiore forza.

L’analisi di Chatham House evidenzia una frattura tattica cruciale nel fronte del Golfo: mentre gli Emirati optano per l’escalation, l’Arabia Saudita sceglie la prudenza strategica, consapevole che una guerra totale con l’Iran metterebbe a rischio i suoi corridoi commerciali alternativi. Per l’Italia e la NATO, questo significa che la stabilità regionale non dipenderà più da una coalizione unita del Golfo, ma dalla capacità di gestire attori con interessi divergenti. La lezione operativa è che il controllo del Mar Rosso diventerà tanto critico quanto quello dello Stretto di Hormuz: una realtà che riguarda direttamente le rotte commerciali europee e la sicurezza marittima mediterranea.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 1 maggio 2026

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