Yemen: l’assassinio di un leader dello sviluppo rivela il caos securitario nel sud

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, l’assassinio di Wesam Qaid, direttore esecutivo del Fondo sociale per lo sviluppo dello Yemen e figura di spicco nella cooperazione internazionale, rappresenta un sintomo grave dell’incapacità del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale di garantire sicurezza nei territori sotto il suo controllo, in particolare nella capitale temporanea Aden.
L’omicidio non costituisce un episodio isolato. A fine aprile, Abdulrahman Al Shaer, esponente di primo piano del partito Islah, è stato assassinato nella stessa città. Sebbene le autorità di Aden abbiano annunciato l’arresto di quattro sospetti nel caso Al Shaer e il primo ministro abbia ordinato un’inchiesta su quello di Qaid, questi sviluppi rivelano vulnerabilità strutturali piuttosto che semplici falle securitarie.
L’analisi identifica molteplici fattori alla base di questa fragilità. Nonostante la consolidazione formale dell’autorità sotto il Consiglio della leadership presidenziale (PLC), sostenuto da Riyadh, il governo manca ancora di un comando e controllo coerente sugli apparati di sicurezza. Dal febbraio 2026, il gabinetto ha compiuto progressi su questioni economiche, come l’adozione del primo bilancio generale dal 2019, ma ha faticato a guadagnare fiducia pubblica o a conseguire miglioramenti tangibili in materia di sicurezza.
Gli sforzi per unificare le strutture di intelligence rimangono largamente sulla carta. I meccanismi di coordinamento securitario ad Aden restano reattivi, focalizzati sulla risposta post-incidente e sulla cattura di sospetti piuttosto che su operazioni preventive e condivisione di informazioni. L’integrazione di gruppi armati con lealtà divergenti ha privilegiato l’accomodamento politico rispetto alla competenza professionale, limitando l’efficacia delle istituzioni di sicurezza.
L’incidente avrà ripercussioni significative sull’impegno internazionale. Il governo yemenita ha a lungo cercato di incoraggiare organizzazioni internazionali e missioni diplomatiche a trasferirsi ad Aden, utilizzata come capitale temporanea dal 2015. Tuttavia, a differenza di Sanaa, dove gli Houthi mantengono un controllo securitario rigoroso, le autorità successive ad Aden hanno faticato a offrire garanzie di sicurezza comparabili. Dopo l’assassinio di Qaid, diversi diplomatici hanno cancellato o rinviato visite programmate, mentre le organizzazioni umanitarie stanno rivalutando i loro piani di sicurezza nonostante lo Yemen rimanga una delle peggiori crisi umanitarie mondiali.
L’episodio complica inoltre la posizione dell’Arabia Saudita, che ha cercato di stabilizzare il sud dello Yemen e affermarsi come unico leader regionale nel paese in mezzo alle tensioni con gli Emirati Arabi Uniti. Sebbene il PLC sostenuto da Riyadh abbia consolidato il controllo sul sud dello Yemen dopo l’uscita dal potere del Consiglio di transizione meridionale (STC) all’inizio del 2026, la persistenza dell’insicurezza evidenzia i limiti dell’approccio top-down saudita. La sicurezza nel sud dello Yemen non dipende unicamente dal controllo militare, ma dalla legittimità locale e dall’adesione delle comunità. Senza un’inclusione più ampia e senza soddisfare i bisogni fondamentali della popolazione, gli sforzi di imposizione dell’ordine difficilmente avranno successo.
L’analisi di Chatham House espone una dinamica ricorrente nei conflitti mediorientali: il controllo territoriale non equivale a stabilità securitaria quando mancano legittimità locale e strutture professionali. Per l’Italia, partner atlantico in operazioni di stabilizzazione, la lezione è che il sostegno a governi fragili richiede investimenti di lungo termine in capacity-building istituzionale, non solo in supporto militare. La situazione yemenita ricorda quanto sia complesso il passaggio da una fase di contenimento del conflitto a quella di ricostruzione statale credibile.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 maggio 2026




