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Somalia, la crisi politica e le rivalità straniere verso un conflitto prolungato

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House il 15 ottobre 2026 nella serie Expert comment, l’instabilità interna della Somalia si somma alle rivalità regionali tra potenze esterne. La combinazione prepara un conflitto più radicato, simile a quelli già visti altrove nel Corno d’Africa.

La crisi politica è aperta dal maggio 2026, quando sarebbe dovuto scadere il mandato del presidente Hassan Sheikh Mohamud. A marzo il Parlamento ha approvato emendamenti costituzionali che portano i mandati a cinque anni e lo lasciano in carica fino a maggio 2027. L’alleanza di opposizione contesta la misura. Ne fanno parte esponenti politici, tra cui i vertici degli stati federati di Puntland e Jubaland e l’ex presidente dello Stato del Sud-Ovest, Abdiaziz Laftagareen. Questa settimana l’opposizione ha respinto anche l’annuncio unilaterale della commissione elettorale, che fissa le elezioni parlamentari e presidenziali ad aprile e maggio 2027.

Gli scontri hanno interessato Mogadiscio e Baidoa, nello Stato del Sud-Ovest. Attorno a Baidoa, stando alle notizie riportate, si sono affrontati migliaia di combattenti fedeli a Laftagareen e forze governative, con impiego di droni e caccia.

Il governo federale e gli stati alleati (Sud-Ovest, Hirshabelle e Galmudug) controllano la maggior parte delle città del sud e del centro. Il Jubaland, nell’estremo sud, è in contrasto con Mogadiscio. Al-Shabaab, organizzazione affiliata ad al-Qaeda, domina gran parte delle campagne circostanti. Nel nord governano Puntland e la autoproclamata Repubblica del Somaliland, mentre il Nord-Est, stato di recente creazione e allineato al governo federale, resta stretto tra i due.

Una disputa costituzionale sfociata in scontri armati si era già avuta nel 2021. Questa volta, notano gli autori, la posta è più alta, perché in gioco c’è l’equilibrio di potere interno al sistema federale. L’opposizione accusa il governo di voler concentrare il potere a Mogadiscio a spese degli stati.

Il contesto regionale vede due blocchi fluidi. Egitto, Arabia Saudita e Turchia sono ritenuti vicini alle Forze armate sudanesi e all’Eritrea, mentre Emirati Arabi Uniti e Israele sono ritenuti vicini all’Etiopia. Nella crisi somala i due attori esterni principali sono Turchia ed Emirati: Ankara è considerata sostenitrice del governo federale, Abu Dhabi ha rapporti con le amministrazioni di opposizione.

La Turchia è presente in Somalia da oltre un decennio, soprattutto attraverso il governo federale. L’impegno è partito da iniziative umanitarie e di sviluppo, e dal 2017 comprende un campo di addestramento per le forze armate somale. Dal 2024, dopo diversi accordi strategici con Mogadiscio, i legami con l’amministrazione di Hassan Sheikh si sono rafforzati. Alcuni oppositori ne hanno tratto motivo per mettere in dubbio la neutralità turca, mentre Ankara respinge le accuse di ingerenza. Secondo indiscrezioni, caccia turchi avrebbero partecipato ai combattimenti vicino a Baidoa. Ankara non ha confermato, ma sarebbe un intervento diretto di rilievo contro un’opposizione armata.

Con gli Emirati i rapporti si sono rotti a gennaio 2026, quando il governo federale ha annullato tutti gli accordi di cooperazione in materia di difesa e sicurezza, accusando Abu Dhabi di minare la sovranità somala. La mossa è coincisa con la frattura saudo-emiratina in Yemen. Pochi giorni prima, la coalizione a guida saudita aveva accusato gli Emirati di avere agevolato, via Berbera e Mogadiscio, l’evacuazione di un leader separatista yemenita, e Mogadiscio aveva aperto un’indagine. La Somalia ha poi firmato intese di difesa con Arabia Saudita e Qatar, con il sostegno diplomatico di Turchia ed Egitto. Gli Emirati mantengono rapporti diretti con Somaliland, Puntland e Jubaland, dove imprese emiratine hanno interessi rilevanti nella gestione dei porti. Tutte e tre le amministrazioni hanno respinto l’annullamento degli accordi.

Anche gli attori locali cercano sponsor esterni per sostenere interessi e legittimità. Le élite in competizione offrono investimenti portuali, partnership economiche, corridoi di trasporto e basi militari. Alcuni stati federati e il Somaliland si sentono minacciati dal consolidamento del potere a Mogadiscio, sostenuto dall’appoggio militare e dagli investimenti attribuiti alla Turchia. L’avanzata degli Houthi in Yemen ha inoltre riportato l’attenzione sullo stretto di Bab al-Mandab e sulla posizione somala. Secondo alcune fonti, gli Houthi avrebbero rapporti crescenti con al-Shabaab.

Da oltre tre decenni nessun clan, amministrazione o governo regionale è riuscito a prevalere sugli altri. L’escalation degli scontri e l’uso di armamenti più sofisticati indicano però una fase nuova. Un ministro della ex amministrazione del Sud-Ovest ha dichiarato che le sue forze hanno usato droni a Baidoa e che ne accetterebbero da qualunque potenza esterna. Nel nord, Puntland e Somaliland si sono alleati in risposta alla creazione dello Stato del Nord-Est nel 2025.

Per i ricercatori, le crisi politiche riducono le operazioni di sicurezza contro al-Shabaab e ISIS-Somalia, che ne approfittano per riorganizzarsi. Chatham House ritiene perciò che tutti gli attori esterni abbiano interesse alla de-escalation, da condurre con il coinvolgimento di Unione Africana e Intergovernmental Authority on Development (IGAD). Nel breve periodo servirebbe un dialogo verso un accordo inclusivo su emendamenti costituzionali, questioni elettorali e governo transitorio, con un calendario realistico per il voto.

Il commento di GrNet.it

Il testo non dice chi, tra gli attori esterni, abbia titolo e mezzi per far sedere insieme le parti somale: la de-escalation è affidata a Stati che, nella stessa ricostruzione, sostengono fronti opposti, e anche il ruolo di Unione Africana e IGAD resta enunciato senza indicare strumenti. Va poi tenuta distinta la parte documentata da quella riferita: i caccia turchi a Baidoa sono una indiscrezione non confermata da Ankara, e l’uso dei droni da parte dell’opposizione poggia sulla dichiarazione di un ministro. Per un Paese mediterraneo che guarda a Bab al-Mandab come all’ingresso meridionale delle proprie rotte, la saldatura possibile tra rivalità del Golfo, vicende yemenite e al-Shabaab merita di essere seguita con dati verificati, prima che con ipotesi.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 15 ottobre 2026

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