Siria, tra Israele e Turchia la crisi si sposta dalla condotta all’intenzione

Secondo un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft e firmata da Fatih Kocaibiş, la rivalità tra Israele e Turchia in Siria sta spostando la soglia della crisi dalla condotta osservata all’intenzione presunta, un cambiamento che aumenta il rischio di uno scontro militare diretto tra i due paesi.
Il riferimento è al discorso tenuto da Benjamin Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in cui il premier israeliano ha definito Recep Tayyip Erdogan un «tiranno» pronto a «prendersi la Siria». Le parole arrivano dopo mesi di tensione crescente tra i due governi.
In agosto caccia israeliani hanno colpito la base aerea di Abu al-Duhur, nella Siria nordoccidentale, a circa 43 miglia dal confine turco, danneggiando la pista senza preavviso ad Ankara, come già avvenuto in precedenza a T4 e Palmyra, nella provincia di Homs. Gli aerei israeliani sono stati tracciati dai radar turchi avvicinandosi al confine.
Il governo Netanyahu presenta i raid come preventivi, volti a impedire un’espansione militare turca in Siria: Ankara, insieme a Washington, è ormai uno dei principali partner politico-militari del governo post-Assad. L’ufficio del premier ha giustificato l’attacco sostenendo di possedere informazioni secondo cui la base sarebbe stata trasformata in struttura militare turca, accusa respinta sia da Ankara sia da Damasco. L’inviato statunitense Tom Barrack, che aveva cenato a Istanbul con il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani alla vigilia del raid, ha dichiarato che l’intelligence statunitense non ha trovato riscontri a sostegno della tesi israeliana.
Il generale in congedo Ateş Mehmet İrez, ex capo delle operazioni dell’Aeronautica turca, sostiene che l’eventuale visita turca alla base avesse carattere ricognitivo e che trasformarla in un dispiegamento operativo richiederebbe mesi, probabilmente più di un anno. A suo avviso la vera urgenza per Israele era politica, non tecnica: una volta presente personale turco su una base, colpirla significherebbe colpire truppe di un membro della NATO. La scelta di colpire la pista, facilmente riparabile, suggerisce secondo İrez l’intento di stabilire un precedente più che eliminare una capacità.
İrez osserva che gli attacchi israeliani dal dicembre 2024 hanno lasciato lo spazio aereo siriano «di fatto senza padrone», ricordando che nel 2012 l’abbattimento di un ricognitore turco RF-4E avvenne quando a Damasco esisteva ancora un governo disposto ad assumersene la responsabilità. Oggi, spostando la soglia della crisi dalla condotta all’intenzione, si eroderebbe anche la base condivisa delle regole di ingaggio.
Nel 2007 caccia israeliani avevano già sconfinato nello spazio aereo turco durante un raid su un sospetto sito nucleare siriano; dopo i raid su T4 nel 2025, Turchia e Israele hanno tenuto colloqui tecnici di deconfliction in Azerbaigian, un canale che Israele può però bypassare unilateralmente.
Ad Abu al-Duhur la Turchia ha scelto la prudenza, limitandosi a tracciare i voli senza intervenire, a differenza di precedenti come l’abbattimento del Su-24 russo nel 2015 o di un Mi-17 e di un MiG-23 siriani nel 2013 e 2014. Parte della moderazione turca riflette anche la campagna elettorale israeliana, in cui Erdogan compare sui cartelloni del Likud, mentre l’opposizione israeliana accusa Netanyahu di usare le basi militari come scenografia elettorale.
Nel frattempo l’integrazione tra Ankara e Damasco prosegue su più livelli: addestramento di reparti siriani in Turchia, partecipazione siriana all’esercitazione EFES, fornitura di mezzi corazzati e cooperazione di intelligence. Dodici giorni dopo il raid, nonostante gli avvertimenti israeliani, forze turche e siriane hanno completato un secondo ponte galleggiante sull’Eufrate a Deir ez-Zor. Gli Stati Uniti, che hanno scelto di sostenere il nuovo governo siriano, stanno lavorando a un meccanismo trilaterale di deconfliction che, secondo l’analisi, andrebbe trasformato in un canale politico diretto con regole chiare di notifica.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non si sofferma abbastanza su un punto che riguarda chiunque partecipi a meccanismi multinazionali di deconfliction, Italia compresa: se la soglia di crisi si sposta dalla condotta osservata all’intenzione presunta, le regole di ingaggio perdono il riferimento oggettivo su cui sono costruite. È una questione dottrinale, non solo politica, perché cambia il modo in cui un comando valuta un bersaglio e giustifica un’azione preventiva. Per i reparti italiani impegnati in teatri dove convivono più attori regionali, dal Mediterraneo centrale alla Libia, la lezione turco-israeliana è che un canale tecnico di deconfliction bypassabile unilateralmente da una delle parti non è, di fatto, un meccanismo di sicurezza. Resta da vedere se Washington riuscirà davvero a trasformare l’attuale canale trilaterale in un sistema con obblighi di notifica reciproci, e non solo in una cornice diplomatica di facciata.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 1 ottobre 2026



