Trump minaccia di occupare Kharg Island: escalation o pressione negoziale?

Secondo un’analisi del Quincy Institute pubblicata su Responsible Statecraft, la minaccia del presidente Donald Trump di impadronirsi di Kharg Island e di altri nodi dell’infrastruttura petrolifera iraniana apre uno scenario operativo ad alto rischio, in un momento in cui i negoziati tra Washington e Teheran non sono ancora conclusi.
Trump ha annunciato l’intenzione su Truth Social, affermando che gli Stati Uniti assumeranno «il controllo totale» dei mercati del petrolio e del gas iraniani. Non è la prima volta: il presidente aveva già evocato questa possibilità nelle fasi iniziali del conflitto, salvo poi recedere dopo la firma di un cessate il fuoco con l’Iran all’inizio di aprile. Resta aperta la questione se si tratti di una reale intenzione operativa o di una mossa per rafforzare la posizione americana al tavolo delle trattative.
L’articolo richiama un’analisi precedente del maggiore in congedo dell’esercito americano Harrison Mann, che aveva definito un’operazione su Kharg una «missione suicida» e una «crisi degli ostaggi autoinflitta». Il primo nodo è logistico: garantire una forza di proiezione rapida sufficiente a neutralizzare le installazioni militari iraniane sull’isola. L’opzione più praticabile sarebbe un lancio aviotrasportato, ma comporta rischi elevati per i soldati, che potrebbero essere deviati dal vento e finire in mare o nelle aree abitate dell’isola.
Anche in caso di successo iniziale, le forze americane si troverebbero esposte al fuoco delle unità iraniane di stanza sulla terraferma, distante appena 25 chilometri. Il supporto da parte delle basi negli stati arabi del Golfo e delle unità navali posizionate al di fuori del Golfo Persico risulterebbe limitato per ragioni geografiche e operative.
Il calcolo strategico di Trump sembrerebbe puntare sulla capitolazione iraniana di fronte alla perdita delle entrate petrolifere. Mann contesta questa premessa: i dirigenti di Teheran, scrive, «combattono per la sopravvivenza della Repubblica Islamica, non per proteggere infrastrutture petrolifere». La possibilità di infliggere perdite di massa alle truppe americane, erodendo il già fragile consenso interno negli Stati Uniti, o di tenere interi battaglioni in una condizione di fatto ostaggio, potrebbe apparire a Teheran più vantaggiosa della difesa delle entrate da idrocarburi.
Lo stesso Trump ha mostrato consapevolezza di questi limiti in un’intervista a Fox News, ammettendo di non sapere se «l’America abbia lo stomaco» per un’operazione del genere e riconoscendo che l’opinione pubblica americana preferirebbe un ritorno a casa delle truppe. La distanza tra la retorica della minaccia e la valutazione dei costi reali emerge con chiarezza dal confronto tra le dichiarazioni pubbliche del presidente e le sue stesse parole in sede di intervista.
Il commento di GrNet.it
Può una minaccia militare mantenere credibilità quando chi la formula ne ammette pubblicamente i limiti politici interni? La risposta, dal punto di vista della deterrenza, è no: la dichiarazione di Trump a Fox News ha di fatto ridotto il peso coercitivo dell’annuncio su Truth Social. Per le Forze Armate italiane, che operano nel Golfo nell’ambito di missioni di presenza navale, uno scenario di escalation attorno a Kharg imporrebbe una revisione immediata delle regole d’ingaggio e delle catene di comando in teatro. La variabile più difficile da gestire non sarebbe l’operazione in sé, ma la finestra di ambiguità tra minaccia e azione, durante la quale gli attori regionali — Iran incluso — potrebbero adottare misure preventive con ricadute imprevedibili sulle unità alleate presenti nell’area.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 11 giugno 2026



