Polizia Penitenziaria

Poliziotto indagato per tentato omicidio a Prato, il sindacato chiede rispetto del processo

Il Sappe esprime solidarietà al collega della Polizia Penitenziaria. Capece: «I processi si fanno nelle aule, non sui giornali»

Prato, 18 agosto 2026 – Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) esprime «piena solidarietà, umana e professionale» al poliziotto penitenziario indagato per tentato omicidio dopo aver utilizzato l’arma in dotazione nel tentativo di fermare la fuga di un detenuto dall’ospedale di Prato. A dichiararlo è Donato Capece, segretario generale del Sappe, che chiede il rispetto della presunzione di innocenza e una valutazione completa dei fatti nelle sedi competenti.

«L’iscrizione nel registro degli indagati è già di per sé un fatto enorme», afferma Capece. «Le indagini sono appena iniziate e riteniamo doveroso evitare che una ricostruzione ancora necessariamente provvisoria finisca per assumere, nell’opinione pubblica, il valore di una verità già accertata». Il sindacalista critica anche le dichiarazioni pubbliche della Procura sulla dinamica degli spari, in particolare la circostanza secondo cui il detenuto si sarebbe trovato «all’interno di un ambiente chiuso dal quale non poteva uscire».

«È un elemento che dovrà essere verificato concretamente», sottolinea Capece, «perché un pronto soccorso non è una cella blindata: è un ambiente con corridoi, porte, accessi e vie di collegamento. Dovranno essere accertate la conformazione dei luoghi, le possibili vie di fuga, la posizione delle persone presenti e soprattutto ciò che il collega ha visto e percepito in quei concitati secondi».

Il Sappe evidenzia inoltre che prima degli spari vi sarebbe stata una situazione di forte concitazione e il giovane avrebbe utilizzato un estintore. «Anche questo aspetto dovrà essere valutato nella sua interezza», prosegue il segretario generale. «Un filmato può documentare moltissimo, ma la dinamica complessiva non può essere ridotta a pochi fotogrammi».

Capece pone una questione di metodo sulla comunicazione pubblica durante le indagini: «Nessuno mette in discussione il diritto della Procura di comunicare con la stampa, nei limiti previsti dalla legge. Ma ci chiediamo quale fosse la necessità di anticipare pubblicamente, mentre gli accertamenti sono ancora in corso, una specifica ricostruzione della dinamica». Il sindacalista sottolinea che «quando a parlare è un’Autorità giudiziaria, le sue parole hanno inevitabilmente un peso enorme sull’opinione pubblica».

«Da anni sosteniamo un principio semplice: i processi si fanno nelle aule di giustizia e non sui giornali, sui social o nei talk show», conclude Capece. «Se il collega ha sbagliato, saranno gli accertamenti a dimostrarlo. Se invece ha agito nell’adempimento del proprio dovere, anche questo dovrà emergere con la stessa chiarezza».

Il Sappe chiede inoltre al Governo e all’Amministrazione penitenziaria di interrogarsi sulle condizioni operative dei poliziotti penitenziari, sottolineando la necessità di «formazione, strumenti adeguati, regole operative chiare e soprattutto una tutela concreta per chi, in pochi secondi, è chiamato a prendere decisioni difficilissime».

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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