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Perché Trump potrebbe schierarsi con Riyadh contro gli Houthi

Sono 142 miliardi di dollari il valore dell’accordo sulle armi con l’Arabia Saudita annunciato un anno fa, e secondo Kelley Beaucar Vlahos, in un articolo per Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, è una delle leve che possono spingere il presidente Donald Trump a intervenire al fianco di Riyadh contro gli Houthi. Finora la Casa Bianca ha resistito alle richieste saudite, benché il gruppo yemenita colpisca da una settimana i settori petrolifero e turistico del Regno.

L’autrice elenca i motivi della cautela. Gli Stati Uniti non possono permettersi un altro fronte mentre sono impegnati nella guerra in corso in Medio Oriente: le scorte di munizioni del Pentagono sono ridotte e la Marina, principale strumento americano nella regione, è già sotto pressione. Deve infatti mantenere il blocco contro l’Iran e accompagnare il traffico mercantile non sanzionato attraverso lo Stretto di Hormuz, operazione che secondo l’articolo procede peggio di quanto sostenesse la Casa Bianca una settimana fa.

C’è poi il calendario politico. Trump, ricorda il testo, non può avviare un’altra guerra prima delle elezioni di metà mandato, soprattutto se l’esito non è garantito. La sua prima escalation contro gli Houthi, nel 2025, è fallita e lo ha costretto a dichiarare un cessate il fuoco. Da allora il movimento, noto anche come Ansar Allah, si è rafforzato.

Annelle Sheline, ricercatrice del programma Medio Oriente del Quincy Institute, ritiene probabile un coinvolgimento a breve. A suo giudizio il rifiuto di colpire Ansar Allah in Yemen dipende in parte dal fatto che a gennaio i sauditi hanno estromesso gli Emirati Arabi Uniti dal Paese. Washington è vicina agli Emirati, a loro volta vicini a Israele, e nell’amministrazione prevale l’idea che Riyadh debba subire le conseguenze delle proprie scelte. Una volta che Trump riterrà i sauditi abbastanza provati, però, interverrebbe in modo più diretto.

Sheline indica anche la pressione finanziaria. Durante il giro in Medio Oriente di un anno fa Trump vantò impegni d’investimento per 1.000 miliardi di dollari dalla regione, di cui 600 miliardi dall’Arabia Saudita. Il principe ereditario Mohammed bin Salman, secondo la ricercatrice, potrebbe mettere in discussione quegli investimenti, compresi quelli legati alla famiglia del presidente e al marchio Trump. Ricorda inoltre le pressioni dell’industria della difesa americana e i legami d’affari di Jared Kushner con il Regno, oggi oggetto di un’indagine del Congresso.

Trita Parsi, anch’egli del Quincy Institute, condivide la previsione di un intervento in difesa dell’Arabia Saudita ma pensa che Trump preferirebbe attendere il voto. Il controllo della tempistica, osserva, potrebbe sfuggirgli se Iran o Houthi alzassero ulteriormente il livello dello scontro.

Le dichiarazioni del presidente lasciano la porta aperta. Domenica, interpellato sul possibile coinvolgimento, ha risposto che la questione verrà esaminata e che una decisione arriverà, aggiungendo che gli Stati Uniti si muovono molto rapidamente. Martedì ha detto che gli Houthi si stanno comportando molto male e li ha accusati di attaccare l’Arabia Saudita per far salire di proposito i prezzi del petrolio prima delle elezioni.

L’articolo cita infine la rete televisiva CBS News, che ipotizza una pressione maggiore su Trump perché reagisca dopo la morte di un cittadino americano nell’attacco houthi di sabato al principale aeroporto di Riyadh.

Il commento di GrNet.it

Un pianificatore con due fogli sul tavolo: sul primo il blocco navale all’Iran e la scorta del traffico a Hormuz, sul secondo la richiesta saudita di colpire in Yemen, e un solo insieme di navi e munizioni da assegnare. L’articolo documenta bene il vincolo di capacità, ma i fattori che dovrebbero vincerlo, gli investimenti sauditi e le pressioni dell’industria, sono la lettura di Sheline e non fatti accertati. Per l’Italia e per i partner europei ne discende una cautela di pianificazione: se le decisioni americane seguono anche logiche diverse dalla disponibilità di mezzi, contare su assetti statunitensi in una crisi regionale resta un’ipotesi da verificare di volta in volta.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 14 ottobre 2026

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