Osservatorio Strategico

Non è la fine del dollaro, è l’inizio della scelta

A Singapore, durante una tavola rotonda organizzata dal Centre for Finance and Security del RUSI, i partecipanti hanno messo a fuoco un tratto della finanza globale che sfugge alle categorie abituali: non è in corso la ricerca di un successore del dollaro statunitense, ma un’espansione costante delle opzioni disponibili a stati, banche e imprese per muovere valore da un punto all’altro del pianeta.

Lo sostengono Tom Keatinge ed Eliza Lockhart, ricercatori del centro, in un commento pubblicato dal think tank britannico. Il dibattito pubblico, scrivono, si è incastrato in una domanda binaria: il dollaro perderà la sua posizione dominante, sostituito magari dal renminbi cinese? Per gli autori questa cornice nasconde il vero cambiamento in atto, cioè la crescente possibilità di scegliere tra infrastrutture finanziarie diverse in base a circostanze politiche, commerciali o strategiche.

Il dollaro, osservano, resta la valuta di riserva principale, domina i mercati valutari, sostiene il commercio internazionale e costituisce la base dell’ecosistema delle stablecoin in rapida crescita, forte di mercati dei capitali profondi e liquidi, istituzioni giuridiche solide e decenni di effetti di rete. Ciò che è mutato è che il predominio non garantisce più l’esclusività: molti governi investono in sistemi di pagamento alternativi, meccanismi regionali di regolamento, reti di carte domestiche e infrastrutture digitali, non per abbandonare il sistema esistente ma per non restare dipendenti da un unico canale.

Gli autori ricordano come la centralizzazione finanziaria del dopo Guerra Fredda, basata su dollaro, corrispondenza bancaria, messaggistica SWIFT e portata extraterritoriale della regolamentazione occidentale, abbia reso le sanzioni finanziarie uno strumento efficace di politica estera, come dimostrato dal caso Iran e dal coordinamento sanzionatorio contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Proprio questa efficacia ha spinto molti paesi a costruire non un’alternativa rivoluzionaria, ma una polizza assicurativa: si continua a usare SWIFT investendo in piattaforme di messaggistica parallele, si fattura ancora in dollari sperimentando valute di regolamento diverse.

Sul fronte cinese, il rapporto avanza un’interpretazione diversa da quella dominante: Pechino non punterebbe a replicare il ruolo del dollaro, che richiederebbe apertura dei mercati dei capitali e liberalizzazione finanziaria incompatibili con i controlli sui capitali e la gestione statale del sistema finanziario cinese. L’obiettivo sarebbe piuttosto la resilienza strategica, garantire ai partner commerciali un’alternativa credibile qualora l’accesso all’infrastruttura occidentale venga limitato.

Le stablecoin, sottolineano gli autori, rafforzano paradossalmente il dominio del dollaro attraverso il collaterale denominato in dollari, ma operano fuori dai canali bancari tradizionali riducendo la trasparenza per i regolatori. Le valute digitali delle banche centrali, invece, potrebbero consentire regolamenti transfrontalieri che scavalcano le relazioni bancarie corrispondenti consolidate. Per l’Occidente, concludono Keatinge e Lockhart, la sfida non è più preservare il predominio ma preservare la preferenza: mantenere apertura, certezza giuridica, liquidità e fiducia istituzionale, investendo al tempo stesso in identità digitale, pagamenti programmabili e asset tokenizzati.

Il commento di GrNet.it

Un sistema di sanzioni efficace presuppone che il bersaglio non abbia alternative praticabili: è la logica che ha retto le misure contro l’Iran e, più di recente, contro la Russia dopo il 2022. Il rapporto RUSI segnala che questa condizione si sta erodendo non per il crollo del dollaro, ma per la moltiplicazione di canali secondari che rendono un’infrastruttura alternativa spendibile anche quando resta più lenta o costosa di quella occidentale. Per un pianificatore della sicurezza economica europea, e italiana, il punto operativo è che la deterrenza finanziaria non si misura più solo in quota di riserve in dollari o euro, ma nella capacità di restare il canale preferito quando il bersaglio ha davvero un’alternativa da usare. Resta aperta la domanda su chi controlli i punti di interconnessione tra sistemi regolamentati e meno regolamentati, terreno su cui l’analisi invita a costruire strumenti di monitoraggio nuovi, più che a difendere posizioni di rendita già in discussione.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 12 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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