Le università britanniche, ingranaggio mancante della strategia industriale della difesa

Che cosa manca davvero alla Defence Industrial Strategy britannica del 2025 per funzionare? Secondo il commento pubblicato da RUSI a firma di Tom Smith, non mancano idee né fondi per la ricerca, ma un ruolo diverso per le università, oggi ancora considerate semplici fornitrici di laureati qualificati e progetti di ricerca da cui difesa e industria possono attingere.
L’autore riconosce che le università sono ormai onnipresenti nella politica di difesa britannica: la neonata Defence Universities Alliance, DUA, riunisce 35 istituzioni su ricerca, competenze e collaborazione con le forze armate, mentre il governo investe in posti universitari legati alla difesa e discute di maggiore mobilità tra mondo militare, industria e settori affini. Il problema, sostiene Smith, non è la scarsità di innovazione: nel Regno Unito i ricercatori universitari lavorano già su intelligenza artificiale, autonomia, cybersicurezza, spazio, materiali avanzati, robotica e quantistica.
Il nodo reale è tradurre la conoscenza in capacità utilizzabile, un percorso definito «disordinato»: un problema militare deve trasformarsi in un requisito operativo, i ricercatori hanno bisogno di contesto operativo sufficiente, la tecnologia va testata, prodotta, finanziata e messa in sicurezza, le piccole e medie imprese devono trovare una via d’accesso agli appalti della difesa, e infine qualcuno all’interno del ministero deve volere, acquistare e integrare il prodotto. Aumentare i finanziamenti alla ricerca, da solo, non risolve questa catena.
Smith descrive il problema come una questione di traduzione tra linguaggi diversi: le istituzioni coinvolte parlano codici differenti, si muovono a velocità diverse e premiano priorità diverse. Anche quando i rapporti funzionano, tradurre un requisito militare in qualcosa a cui un’università può rispondere, e poi riportare la conoscenza generata nella pratica istituzionale od operativa, richiede una mediazione costante che oggi non è sistematizzata.
Il rapporto critica anche l’approccio alle competenze, definito un modello novecentesco applicato a un problema del ventunesimo secolo: nessuno che entri in servizio a 21 anni può contare sul fatto che quanto appreso all’università resti sufficiente per una carriera di 40 anni. L’autore propone di ampliare l’idea di un Defence Skills Passport già presente nella strategia, trasformando le università in soggetti che accompagnano l’apprendimento lungo tutta la carriera, tra corsi modulari, formazione militare professionale, corsi di conversione e distacchi.
Un altro limite riguarda l’organizzazione interna degli atenei: i problemi di difesa, osserva Smith prendendo ad esempio i sistemi autonomi, non si dividono nettamente per facoltà, ma coinvolgono ingegneria, diritto, etica, cybersicurezza, procurement e dottrina insieme. Le università dovrebbero organizzarsi attorno ai problemi reali della difesa, non lasciare che sia il cliente esterno a orientarsi tra dipartimenti.
Sul piano territoriale, l’autore segnala l’opportunità offerta dai Defence Growth Deals, dai cluster regionali e da organizzazioni di trasferimento tecnologico come i Catapults, che occupano lo spazio intermedio tra scoperta e produzione. Infine, sulla DUA, Smith chiede che l’alleanza venga giudicata non da numero di iscritti o conferenze, ma dalla capacità di risolvere ogni anno alcune sfide nazionali concrete, dall’espansione rapida della manifattura in caso di crisi all’adozione dell’intelligenza artificiale a ritmo operativo.
Il commento di GrNet.it
Trentacinque atenei riuniti in un’alleanza e un ministero della Difesa che investe in posti universitari dedicati: sono numeri che raccontano un’intenzione, non ancora un sistema funzionante, come nota lo stesso autore quando parla di traduzione mancata tra requisito militare e risposta accademica. L’Italia vive un problema analogo, forse più acuto, dove il legame tra atenei tecnici, piccole e medie imprese della filiera e ministero della Difesa resta spesso affidato a rapporti personali più che a strutture stabili di brokeraggio. La proposta di organizzare le università attorno ai problemi operativi, anziché per dipartimenti, avrebbe senso anche nel contesto italiano, dove la frammentazione accademica rischia di replicare gli stessi ostacoli descritti da Smith. Resta da capire se un’eventuale alleanza università-difesa italiana avrebbe la forza istituzionale per porsi obiettivi annuali verificabili, invece di limitarsi a un catalogo di intese quadro.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 14 settembre 2026




