La diplomazia climatica cambia forma: meno vertici, più coalizioni operative

Dal 2008, anno in cui il Regno Unito inserì per la prima volta il cambiamento climatico tra le minacce alla sicurezza nazionale nella sua National Security Strategy, il modo di fare diplomazia climatica si è progressivamente allontanato dai grandi vertici multilaterali. È in questa traiettoria che Chatham House inquadra la recente London Climate Action Week (LCAW), svoltasi mentre gran parte d’Europa usciva da un’ondata di calore record che ha chiuso scuole e mandato in tilt attività produttive, mostrando i limiti dell’adattamento anche nelle economie più ricche.
All’evento londinese hanno partecipato oltre 75.000 persone in più di 1.300 incontri. Secondo il think tank, il dato più rilevante non è la conferma di un’urgenza già nota, ma la dimostrazione che la diplomazia climatica sta cambiando struttura mentre l’azione concreta prosegue, al di là delle difficoltà che da tempo si registrano nei negoziati della United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), rallentati dal meccanismo del consenso e dai limitati risultati dei summit annuali COP.
L’analisi individua tre tendenze principali. La prima riguarda la centralità crescente della sicurezza climatica: la crisi nello Stretto di Hormuz viene citata come esempio di come instabilità geopolitica, sicurezza energetica e transizione dai combustibili fossili siano ormai interconnesse. In questo contesto si inserisce la Climate Security Taskforce britannica, lanciata durante la LCAW per fornire al governo consulenza su come affrontare le minacce climatiche crescenti, che si aggiunge alla National Security Strategy 2025 e alla Strategic Defence Review 2025.
Il rapporto ricorda che anche altri governi hanno adottato un’impostazione simile: la National Security Strategy tedesca del 2023 riconosce nella crisi climatica una minaccia esistenziale per l’ambiente di sicurezza internazionale, mentre la Revue nationale stratégique francese del 2022, la National Defence Strategy australiana del 2024 e la National Security Strategy giapponese del 2022 integrano il clima nelle valutazioni di resilienza e rischio strategico.
La seconda tendenza è lo spostamento del baricentro dagli impegni dichiarati all’attuazione pratica. Le discussioni sulla transizione energetica si concentrano sempre più su competitività industriale ed elettrificazione, sul presupposto che la dipendenza dai combustibili fossili costituisca essa stessa una vulnerabilità strategica. Alla LCAW è stata lanciata l’iniziativa Electrify Now, coalizione che riunisce governi e organizzazioni non governative con il sostegno della Commissione europea, del Regno Unito, di Turchia, Australia, Etiopia e altri paesi, volta a promuovere l’elettrificazione di trasporti, edifici e industria come strumento di sicurezza energetica e resilienza, non solo come obiettivo ambientale.
La terza tendenza riguarda l’emergere di acqua e natura come terreni di cooperazione concreta: il rapporto cita i bacini fluviali transfrontalieri del Mekong e del Senegal come esempi in cui interessi nazionali contrapposti convivono con forme di impegno diplomatico e cooperazione istituzionale continuativa.
Chatham House conclude che i governi restano attori essenziali, ma operano ormai dentro un ecosistema più ampio che include città, imprese, istituzioni finanziarie, filantropi e società civile: una leadership climatica che si misura sempre meno per le dichiarazioni e sempre più per la credibilità sostenuta nel tempo e per la capacità di azione.
Il commento di GrNet.it
Che cosa resta, in termini operativi, di una diplomazia climatica che rinuncia ai vertici e si affida a coalizioni volontarie? Meno vincoli formali, ma anche meno prevedibilità nella catena di comando politica che dovrebbe attivare le contromisure quando il rischio climatico si traduce in instabilità concreta, come nel caso citato dello Stretto di Hormuz. Per un paese esposto come l’Italia, mediterraneo per collocazione e dipendente dagli approvvigionamenti energetici che transitano per rotte marittime sensibili, il modello britannico della Climate Security Taskforce offre uno spunto di metodo più che di contenuto: integrare stabilmente l’analisi climatica nei processi di pianificazione della sicurezza nazionale, prima che la crisi imponga risposte improvvisate. Resta da capire se le strutture italiane esistenti abbiano già maturato una capacità comparabile o se il tema sia ancora trattato come questione ambientale separata dalla pianificazione strategica.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 13 luglio 2026




