Kosovo, cosa resta quando la NATO arretra dal ponte di Mitrovica

Perché il progressivo ritiro della missione KFOR da un ponte di Mitrovica dovrebbe destare preoccupazione dopo quasi trent’anni di amministrazione internazionale? La risposta proposta da Sandra Davidovic su Responsible Statecraft è che quel ponte non è mai stato un semplice punto di passaggio, ma la linea difensiva che ha impedito alla violenza etnica del 1999 di raggiungere l’ultima area urbana del Kosovo dove i serbi non erano stati cacciati.
L’autrice ricostruisce come, nei mesi successivi all’intervento NATO del 1999, circa 200.000 serbi e altri non albanesi furono cacciati dalle loro case in azioni di ritorsione, spesso sotto gli occhi di una presenza internazionale che fece poco per impedirlo. A Mitrovica nord, invece, i residenti organizzarono una propria difesa bloccando i ponti verso sud, e KFOR accettò il fiume come linea di demarcazione, posizionando carri armati ai valichi.
Da quella scelta nacque un ordine politico separato, con Belgrado che preservò tribunali, municipalità, università e sistema sanitario dell’amministrazione jugoslava: le cosiddette «istituzioni parallele». L’ONU le dichiarò illegali fin dall’inizio, ma le tollerò per anni, riconoscendone il ruolo nel garantire servizi a una popolazione altrimenti irraggiungibile.
Dopo la dichiarazione di indipendenza del 2008, Washington sostenne il passaggio di consegne all’Unione Europea, che assunse un approccio più radicale, definendo il nord un «buco nero» e facendone lo smantellamento un obiettivo centrale del dialogo Belgrado-Pristina. Il partner necessario a Bruxelles arrivò nel 2012 con il governo SNS di Aleksandar Vučić, che accettò l’accordo di Bruxelles del 2013 in cambio del controllo esclusivo della vita politica serba nel nord tramite Srpska Lista. In cambio dello smantellamento delle istituzioni, ai serbi fu promessa l’Associazione dei Comuni Serbi: una forma limitata di autogoverno mai effettivamente concessa.
La situazione è peggiorata con il ritorno al potere di Albin Kurti nel 2021, che ha respinto il quadro di Bruxelles e imposto misure coercitive: eliminazione progressiva del dinaro serbo, imposizione delle targhe kosovare, sequestro di edifici municipali, installazione di sindaci albanesi dopo il boicottaggio elettorale serbo, e crescente presenza di unità speciali di polizia nel nord. Il punto di rottura è arrivato il 24 settembre 2023 a Banjska, quando un gruppo armato serbo si scontrò con la polizia kosovara uccidendo un agente; tre attaccanti morirono nello scambio di fuoco. L’operazione fu organizzata dal vice leader di Srpska Lista, Milan Radoičić, poi fuggito in Serbia.
Nell’estate 2026 le tensioni sono tornate a salire, con arresti a Gazimestan, perquisizioni presso un monastero vicino Prizren, il pestaggio di un agricoltore serbo del villaggio di Dren e la demolizione di diciassette abitazioni serbe. L’Unione Europea ha definito preoccupanti questi episodi senza intervenire per fermarli. È in questo contesto che KFOR ha annunciato il ritiro dal ponte, citando un miglioramento della situazione di sicurezza, mentre Belgrado ha bollato la mossa come prematura. Secondo Davidovic, il ritiro americano dal ruolo di garante della regione, dichiarato a maggio nel report al Congresso sulla politica statunitense nei Balcani occidentali, elimina una delle poche leve che per vent’anni ha frenato Pristina.
Il commento di GrNet.it
Il vero perno della sicurezza nel nord del Kosovo non era mai stato il dialogo di Bruxelles, ma la presenza fisica di un contingente NATO disposto a fare da linea di frontiera lungo il fiume Ibar, esattamente come i carri armati posizionati ai valichi del ponte di Mitrovica nel 1999. Per chi ha osservato dispositivi analoghi in teatri di crisi, la lezione è che la deterrenza fisica sul terreno vale più di qualsiasi comunicato diplomatico, e il caso Banjska del 2023 lo confermò senza ambiguità. Il ritiro graduale annunciato da KFOR, unito al disimpegno statunitense dichiarato a maggio, lascia un vuoto che l’Unione Europea non ha ancora dimostrato di poter colmare con strumenti diversi da dichiarazioni di preoccupazione. Per l’Italia, che contribuisce storicamente alla missione, la domanda non riguarda solo il calendario del ritiro, ma la capacità collettiva europea di sostituire una presenza militare con qualcosa che non sia solo retorica negoziale.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 16 settembre 2026


