Yemen, l’offensiva Houthi riapre il fronte tra Riad e Washington

Il 8 settembre missili balistici e droni sono stati lanciati contro Abha, Khamis Mushait, Jazan e Najran, in territorio saudita: settantatré feriti secondo la coalizione a guida saudita, con danni riferiti a una base aerea e a impianti petroliferi. È l’episodio che ha fatto precipitare la crisi yemenita, ricostruito da Mohammed Nail Abdulqader in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute.
Gli Houthi hanno lanciato in questi giorni un’offensiva su larga scala lungo la costa del Mar Rosso, occupando ampi tratti di territorio e mettendo sulla difensiva il governo yemenita riconosciuto internazionalmente e sostenuto da Riad. La svolta arriva pochi giorni dopo che lo stesso governo aveva annunciato una campagna per riconquistare Sanaa. La tregua del 2022 aveva ridotto i combattimenti su vasta scala ma aveva lasciato la capitale in mano Houthi, senza risolvere il nodo del controllo centralizzato sulle armi pesanti del paese.
Il generale Samir al-Sabri, vice ministro della Difesa yemenita per la cooperazione internazionale, ha dichiarato che le operazioni si estenderanno da Marib e Al-Jawf fino a Al-Bayda, Taiz e la costa occidentale. Le forze anti-Houthi, tuttavia, non rispondono a un’unica catena di comando: alcune sono legate direttamente al governo, altre a centri di potere locali o a patroni regionali con priorità divergenti, rendendo complessa qualsiasi marcia coordinata verso Sanaa.
Venerdì sono emerse segnalazioni di fumo nei pressi dell’oleodotto East-West saudita, sbocco fondamentale per le esportazioni di greggio mentre lo stretto di Hormuz resta in gran parte chiuso. Secondo il governo iracheno, l’attacco all’oleodotto è partito dall’Iraq, non dallo Yemen. Riad ha comunque ripreso alcuni raid aerei contro posizioni Houthi vicino a Sanaa, e il principe ereditario Mohammed bin Salman ha chiesto agli Stati Uniti di condurre attacchi propri, richiesta finora respinta da Washington secondo Axios.
L’analisi individua un divario di obiettivi tra gli attori coinvolti: Washington punta a proteggere il territorio saudita, ridurre la minaccia missilistica, limitare i flussi di armi e mantenere aperte le rotte marittime; il governo yemenita punta invece a un riequilibrio interno dei rapporti di forza e al ripristino dell’autorità statale su territorio e arsenali. Questa distinzione, secondo l’autore, definirà i limiti del sostegno esterno: condivisione di intelligence, potenziamento delle difese aeree e missilistiche saudite, sorveglianza marittima e sanzioni, senza però un impegno diretto verso una campagna su Sanaa.
L’Iran complica il quadro: Teheran nega di controllare le decisioni del movimento Houthi, mentre governi occidentali e regionali lo accusano di fornire armi e assistenza tecnica. Cina, Regno Unito e Francia guardano al conflitto principalmente attraverso i propri interessi commerciali e di navigazione, senza mostrare interesse ad assumersi la responsabilità della guerra interna yemenita. Lo scenario più probabile, conclude l’analisi, è un logoramento prolungato piuttosto che una marcia rapida su Sanaa, a meno che gli attacchi contro il territorio saudita e Bab al-Mandab non si intensifichino ulteriormente.
Il commento di GrNet.it
Un oleodotto che fuma nei pressi di Bab al-Mandab, un principe ereditario che chiede raid aerei a Washington e riceve un no: sono le immagini che meglio restituiscono i limiti di un impegno americano ormai centellinato in Medio Oriente. Per la Marina Militare italiana, che opera nell’area con la missione Aspides a tutela del traffico mercantile, il dato rilevante non è la possibile avanzata Houthi su Sanaa, ma la tenuta o meno delle garanzie di transito per le navi non saudite lungo lo stretto. Se il controllo del litorale da parte del movimento yemenita si consolidasse, la distinzione tra naviglio saudita e resto del traffico commerciale rischia di reggere sempre meno sul piano operativo. Roma, che nel Mar Rosso ha interessi diretti legati al canale di Suez e alle rotte energetiche, dovrebbe monitorare con attenzione se l’escalation resti confinata al fronte saudita-yemenita o si traduca in una minaccia sistemica alla libertà di navigazione.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 12 settembre 2026




