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Iran, l’inchiesta che smonta il mito degli attacchi di precisione

«Ci sono ragionevoli motivi per ritenere che gli Stati Uniti abbiano commesso un crimine di guerra lanciando attacchi indiscriminati che hanno ucciso o ferito civili o danneggiato beni civili»: è la conclusione a cui è giunta una missione indipendente internazionale d’inchiesta, citata da Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, in un’intervista di Martin Di Caro alla giornalista del New York Times Azmat Khan, premio Pulitzer per le sue inchieste sulle vittime civili delle guerre aeree americane.

Il riferimento è agli attacchi statunitensi in Iran nel giorno in cui un raid aereo ha ucciso la Guida suprema Ali Khamenei a Teheran. Nella stessa giornata un missile statunitense ha colpito una scuola elementare a Minab, uccidendo 123 bambini e decine di altre persone. A circa 250 miglia di distanza, missili statunitensi sono caduti su un’area residenziale di Lamerd, causando 21 morti civili, tra cui cinque bambini.

Né la Casa Bianca né il Pentagono hanno ammesso pubblicamente la responsabilità dei due episodi, sebbene una revisione interna abbia stabilito, secondo quanto riportato, che Minab è stata colpita da un missile statunitense. Secondo l’Human Rights Activists News Agency, che ad aprile ha documentato — in assenza di conteggi ufficiali — 1.701 vittime civili per attacchi aerei e danni collaterali a ospedali, strutture di pronto soccorso, scuole primarie, università, impianti di desalinizzazione, centrali elettriche, aeroporti civili, luoghi di culto, siti patrimonio dell’Unesco e zone residenziali densamente popolate.

Khan spiega di aver ritrovato negli attacchi in Iran gli stessi difetti già documentati nelle sue inchieste precedenti: identificazione errata dei bersagli, uso di intelligence datata, mancata verifica di fonti aperte. Nei dati interni del Pentagono l’errore di identificazione compare nel 4 per cento dei casi di vittime civili; nelle sue analisi indipendenti, la stessa causa spiega circa un terzo delle vittime civili complessive. Il primo settembre, aggiunge, un attacco ha colpito un ricevimento nuziale al posto del bersaglio previsto.

La giornalista collega questi errori al ricorso crescente all’intelligenza artificiale nel targeting, che secondo lei amplifica dataset già viziati, e alla soppressione, voluta dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, dell’ufficio del Pentagono per la mitigazione del danno ai civili, già in sofferenza di personale prima del suo smantellamento. Dal 2025, durante i bombardamenti nello Yemen, Washington ha inoltre smesso di diffondere i dati sugli attacchi normalmente resi pubblici.

Un capitolo a parte riguarda il missile Precision Strike Missile, impiegato per la prima volta in combattimento proprio a Lamerd. L’arma, spiega Khan, disperde 1.800 pallini di tungsteno all’esplosione sopra il bersaglio; un filmato a circuito chiuso, raro in questi casi, ne ha documentato l’impatto. Il Pentagono non ha reso pubblica alcuna indagine e, quando il New York Times ha identificato l’origine statunitense del missile, i militari hanno inizialmente attribuito l’attacco all’Iran, affermazione che Khan definisce «una menzogna deliberata». L’esercito ha nel frattempo assegnato a Lockheed Martin un contratto da 1,2 miliardi di dollari per ulteriori missili dello stesso tipo, nonostante fonti di Khan indichino un alto tasso di fallimento.

Khan ricostruisce infine la genesi della dottrina del «duplice uso», nata durante la Guerra del Golfo e sviluppata da Stati Uniti e Israele, che consente di colpire infrastrutture civili ritenute anche militari, e il fenomeno dei «double-tap strikes», attacchi ripetuti sullo stesso obiettivo che colpiscono i soccorritori accorsi dopo il primo raid, già osservato dalla giornalista a Mosul e a Gaza.

Il commento di GrNet.it

Sono 1.800 i pallini di tungsteno dispersi da un singolo missile Precision Strike Missile impiegato per la prima volta in Iran, un’arma già oggetto di un contratto da 1,2 miliardi di dollari a Lockheed Martin nonostante un tasso di fallimento definito alto dalle fonti di Khan. Per chi ha pianificato operazioni aeree in ambito NATO, il dato colpisce meno per la potenza dell’ordigno che per la sequenza che lo precede: intelligence non aggiornata, mancata verifica di fonti aperte, targeting condotto a ritmi che superano la capacità di sorveglianza disponibile. È una lezione che riguarda anche le forze armate italiane, sempre più integrate in catene di comando alleate dove l’automazione del ciclo find-fix-finish rischia di anticipare la verifica umana invece di affiancarla. La distanza tra il 4 per cento di errori di identificazione rilevato dai dati interni del Pentagono e il terzo delle vittime civili attribuito alla stessa causa nelle analisi indipendenti di Khan misura il divario tra autovalutazione istituzionale e realtà sul terreno, che nessuna dottrina di precisione colma da sola. Resta da capire se gli alleati europei dispongano di strumenti di verifica indipendenti altrettanto solidi quando condividono sensori e catene di targeting con Washington.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 25 settembre 2026

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