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Hormuz, perché Seul esclude l’invio della marina accanto agli Stati Uniti

Perché la Corea del Sud dovrebbe rinunciare a mandare la propria marina nello Stretto di Hormuz, mentre Washington lo chiede con insistenza? Per James Park, che scrive su Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, la risposta sta in un bilancio sfavorevole: rischi netti a fronte di benefici nulli o incerti. La decisione del presidente Lee Jae-myung di escludere il dispiegamento è quindi, a suo giudizio, una scelta ragionevole.

Dall’inizio della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, l’amministrazione Trump chiede agli alleati europei e asiatici di fare di più per riaprire lo Stretto. La maggior parte è rimasta riluttante, e chi ha collaborato lo ha fatto in forma indiretta, per esempio concedendo un accesso limitato alle basi. Seul è stata tra i bersagli principali della pressione: ad agosto Trump ha annunciato sui social una «sostanziale riduzione» delle esercitazioni congiunte, collegandola al rifiuto sudcoreano di sostenere lo sforzo bellico.

La mossa ha allarmato la capitale sudcoreana e aperto un dibattito sull’invio della flotta. Il 18 settembre, in conferenza stampa, Lee ha escluso truppe o mezzi militari che coinvolgano il Paese nella guerra. Ha lasciato aperta la possibilità di estendere il ruolo dell’unità antipirateria già presente in Medio Oriente, per proteggere navi, forniture di petrolio e cittadini sudcoreani.

Park respinge la tesi di chi considera Hormuz un interesse economico rilevante per la Corea del Sud, e quindi un tema su cui Seul dovrebbe agire. A suo avviso un contributo sudcoreano difficilmente cambierebbe il corso del conflitto o l’equilibrio strategico nello Stretto. Anche con unità destinate a compiti non di combattimento, il confine tra «supporto» e «partecipazione» diventerebbe difficile da difendere una volta entrati in una zona di guerra attiva, con il personale esposto ad attacchi.

Il quadro interno va nella stessa direzione. Un sondaggio indica che il 52 per cento dei sudcoreani, e il 69 per cento della base del Partito Minjoo al governo, è contrario al dispiegamento. Il consenso di Lee è inoltre in calo da alcuni mesi, per difficoltà economiche e polemiche sulle nomine di governo. L’autore ricorda però che l’ostilità dell’opinione pubblica non ha sempre impedito a Seul di assecondare richieste americane ad alto rischio.

Il precedente richiamato è quello del 2004, quando l’amministrazione di Roh Moo-hyun inviò in Iraq truppe con compiti sanitari e di genio nonostante una forte opposizione popolare. L’indice di gradimento di Roh scese in quella fase fino al 25 per cento. Seul puntava a rafforzare la fiducia nell’alleanza per orientare l’approccio di Washington verso la Corea del Nord, e l’amministrazione di George W. Bush, inizialmente su posizioni dure, finì per accogliere la linea del dialogo attraverso i colloqui a sei.

La somiglianza con oggi, osserva Park, è solo apparente. L’Iraq non era in grado di opporre una resistenza seria alle forze americane, mentre l’Iran può imporre costi elevati a Hormuz e oltre. La Corea del Sud ha inoltre interessi economici, energetici e diplomatici di lungo periodo a evitare un rapporto ostile con Teheran.

Cambia anche l’interlocutore. Trump ha incontrato Kim Jong Un tre volte e lo tratta come un vero controparte diplomatica, mentre a Seul servirebbe un ripensamento della politica americana verso il Nord. Lee, in un’intervista al New York Times, ha indicato le condizioni per un dialogo con Pyongyang: allentamento delle sanzioni e priorità alla coesistenza con una Corea del Nord nucleare rispetto alla denuclearizzazione.

Resta il nodo della fiducia. Nel 2004 Seul trattava con un’amministrazione prevedibile, dove professionisti esperti gestivano il coordinamento con l’alleato. Oggi, scrive l’autore, ha di fronte un presidente che vede gli alleati soprattutto come free rider, annuncia sui social decisioni importanti senza consultarli e può cambiare idea da un giorno all’altro. Per Park, in una guerra il cui raggio geografico si è ampliato in sette mesi, l’invio sarebbe un azzardo con vantaggi nel migliore dei casi incerti.

Il commento di GrNet.it

La missione italiana in Iraq, pensata con un profilo di stabilizzazione e ricostruzione, ha mostrato dopo Nassiriya quanto la distinzione tra supporto e partecipazione dipenda dall’avversario più che da chi la dichiara. Per questo l’argomento di Park sul confine che si annulla in zona di guerra mi pare solido sul piano operativo. Meno convincente è l’idea che l’unità antipirateria estesa sia una via di mezzo a basso rischio: opererebbe comunque nella stessa area, con regole d’ingaggio e protezione delle unità da definire con attenzione. Il testo non riporta il punto di vista di Teheran né le valutazioni militari sudcoreane, e sarebbe utile leggerle prima di trarre conclusioni per le scelte di un Paese mediterraneo come il nostro.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 25 settembre 2026

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