L’ONU cerca un segretario generale capace di tornare a fare pace

A New York la corsa alla successione di António Guterres è già entrata nel vivo: otto candidati si contendono la guida delle Nazioni Unite mentre nel mondo i conflitti armati tra stati hanno raggiunto il livello più alto dal secondo dopoguerra. È il quadro descritto da un’analisi di Chatham House firmata da Stéphanie Fillion, che riporta le voci di diplomatici e analisti sulle prospettive del prossimo segretario generale.
Sarà solo la decima volta nella storia ottantunenne dell’organizzazione che si sceglie un nuovo leader entro fine anno. Il mandato di Guterres si chiude il 31 dicembre e il successore sarà nominato dall’Assemblea generale, composta da 193 membri, su raccomandazione del Consiglio di sicurezza, dove i cinque membri permanenti — Francia, Regno Unito, Cina, Russia e Stati Uniti — mantengono potere di veto sulla decisione finale.
Il nodo centrale riguarda il ruolo dell’ONU nella risoluzione delle guerre prolungate in Medio Oriente, Sudan e Ucraina. Secondo l’articolo, negli ultimi dieci anni la crescente sfiducia verso il multilateralismo e la competizione geopolitica hanno progressivamente escluso l’organizzazione dai principali negoziati di pace, compresi quelli che hanno posto fine alla guerra statunitense contro l’Iran.
Robert A. Wood, ex rappresentante alternato degli Stati Uniti all’ONU, sostiene che il prossimo segretario generale non avrà altra scelta se non riportare urgentemente l’organizzazione al centro della diplomazia di pace, pena un’ulteriore perdita di credibilità e la proliferazione di meccanismi diplomatici alternativi, come il Board of Peace guidato dagli Stati Uniti. Di segno opposto la posizione di Andrés Montalvo Sosa, ambasciatore dell’Ecuador all’ONU, secondo cui l’idea di un ritorno dell’organizzazione al proprio ruolo storico è utopica: l’ONU, dice, non ha mai risolto questioni di pace quando erano in gioco gli interessi di una grande potenza.
Il mandato di Guterres viene giudicato in modo critico da alcuni osservatori per la scarsa disponibilità a sfidare gli stati con diritto di veto. Richard Gowan dell’International Crisis Group ricorda le critiche ricevute per non essersi recato a Mosca prima dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, pur riconoscendo il successo dell’iniziativa sul grano del Mar Nero, che ha permesso a Kiev di continuare le esportazioni agricole.
Gowan osserva che tra le potenze con diritto di veto prevale la preferenza per un segretario generale poco ambizioso, «più segretario che generale», secondo l’espressione che utilizza. I candidati, tuttavia, devono anche rivolgersi all’insieme dei 193 membri dell’Assemblea generale, molti dei quali nutrono aspettative più ambiziose sulla riforma del Consiglio di sicurezza e sul rilancio della mediazione internazionale rispetto ai cinque permanenti.
Resta aperto il nodo strutturale del Consiglio di sicurezza, dove il veto di ciascuno dei cinque membri può bloccare qualsiasi azione, compreso il caso paradossale dell’Ucraina, in cui la Russia, parte aggressore, mantiene potere di veto sulla risposta dell’organo alla propria guerra.
Il commento di GrNet.it
Un segretario generale «più segretario che generale», per usare l’espressione di Gowan, è esattamente ciò che le potenze di veto hanno prodotto negli ultimi decenni, e non per caso: il meccanismo del veto in Consiglio di sicurezza rende strutturale, non accidentale, la marginalità dell’ONU nei conflitti che toccano interessi di grande potenza. Per l’Italia, che continua a investire risorse diplomatiche e militari in missioni sotto egida ONU, questo scenario impone di distinguere tra il valore operativo delle missioni di peacekeeping sul terreno e la capacità reale dell’organizzazione di incidere sui negoziati politici di alto livello. Il caso ucraino, dove l’aggressore siede tra i membri permanenti con potere di veto sulla risposta alla propria aggressione, resta l’esempio più netto di questo limite strutturale. Vale la pena seguire con attenzione se il prossimo segretario generale riuscirà a spostare anche solo marginalmente questo equilibrio, o se prevarrà, come temono alcuni diplomatici citati nell’analisi, la proliferazione di formati alternativi a guida statunitense.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 7 settembre 2026




