La Cina non ha risolto il problema Medio Oriente: ha imparato a conviverci

Oltre il 70% del petrolio consumato dalla Cina è importato, e circa la metà di quelle importazioni transita per il Medio Oriente e lo Stretto di Hormuz. Eppure, mentre il conflitto con l’Iran ha messo sotto pressione le rotte energetiche globali, Pechino ha retto l’urto meglio di quanto molti analisti si aspettassero. È questa la tesi centrale di un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI) a firma di Andrea Ghiselli, che esamina la strategia energetica cinese alla luce della crisi in corso.
Il punto di partenza è una distinzione che l’autore considera essenziale: la Cina non ha raggiunto l’indipendenza energetica — rimane il maggiore importatore mondiale di greggio — ma ha trasformato una dipendenza strutturale in una vulnerabilità amministrabile. Per farlo, Pechino ha lavorato su più fronti simultaneamente: diversificazione dei fornitori (Russia, Asia centrale, Africa, America Latina), riduzione della quota di gas naturale liquefatto importato via mare grazie alla crescita della produzione domestica e delle importazioni via gasdotto, e accumulo di riserve strategiche stimate dalla US Energy Information Administration in 1,4 miliardi di barili. Nel solo 2025, la Cina ha aggiunto 1,1 milioni di barili al giorno acquistando greggio russo e iraniano a prezzi scontati.
Sul piano operativo, i raffinatori cinesi dispongono oggi di una capacità di lavorazione pari a circa il doppio del volume attualmente importato. Secondo l’analisi di Michal Meidan citata nel testo, in uno scenario di taglio moderato del 5% dei cicli di raffinazione, la Cina riesce a soddisfare la domanda interna di benzina e gasolio mantenendo le importazioni marittime intorno a 8 milioni di barili al giorno, con ricadute limitate al settore petrolchimico. Un taglio più profondo del 10% è sostenibile solo per alcuni mesi, perché costringerebbe a privilegiare i carburanti per i trasporti a scapito delle materie prime petrolchimiche.
Un elemento di lungo periodo è l’elettrificazione dell’economia. La flotta cinese di camion elettrici ha già sostituito circa 1 milione di barili al giorno di domanda petrolifera nel 2025 — una quantità equivalente alla produzione giornaliera dell’Oman — e la proiezione per il 2030 sale a 2,7 milioni di barili al giorno. L’ultimo Piano Quinquennale conferma che la transizione verde è trattata anche come priorità di sicurezza energetica, non solo come politica climatica: il documento sostiene l’utilizzo «pulito ed efficiente» dei combustibili fossili senza fissare un tetto o una data di picco per il carbone, ma indica la parità di costo del solare rispetto al carbone come un traguardo strategico già raggiunto.
Le implicazioni per le cancellerie occidentali, secondo Ghiselli, sono precise. L’aspettativa che la vulnerabilità energetica cinese avrebbe spinto Pechino ad assumere un ruolo di mediatore o garante della sicurezza regionale si è rivelata troppo schematica. La Cina coopererà dove i propri interessi convergono — prevenire il collasso totale dei flussi energetici del Golfo, contenere i picchi di prezzo, mantenere aperte le rotte marittime — ma resisterà alle pressioni occidentali quando la cooperazione minaccia l’accesso al greggio sanzionato a prezzi ridotti, i legami con Teheran o la costruzione di canali finanziari e commerciali meno esposti alla giurisdizione statunitense.
Il testo segnala infine che la maggiore resilienza energetica di Pechino ha implicazioni dirette per qualsiasi scenario di blocco navale nello Stretto di Taiwan, da tempo considerato uno strumento di pressione decisivo nei confronti della Cina. La strategia non ha eliminato la dipendenza, ma ha guadagnato tempo, flessibilità e margine negoziale.
Il commento di GrNet.it
1,4 miliardi di barili di riserve strategiche e una capacità di raffinazione doppia rispetto alle importazioni correnti sono dati che un pianificatore navale non può ignorare: ridimensionano sensibilmente l’efficacia attesa di qualsiasi strategia di interdizione marittima nei confronti della Cina, incluse quelle elaborate in sede NATO per scenari Indo-Pacifici. La distinzione che Ghiselli traccia tra dipendenza e vulnerabilità gestita è analiticamente rilevante anche per chi ragiona sulle catene logistiche europee: l’Italia, con la sua esposizione alle rotte del Mediterraneo orientale e del Canale di Suez, conosce bene la differenza tra un rischio teorico e uno che si materializza nei costi di approvvigionamento. Vale la pena chiedersi se la diversificazione energetica cinese — costruita su orizzonti decennali e integrata nei Piani Quinquennali — offra qualche spunto metodologico per i documenti di pianificazione energetico-strategica europei, che tendono ad avere orizzonti più brevi e meno vincolanti. Resta aperta, e l’analisi non la risolve, la questione di quanto la resilienza attuale regga di fronte a una chiusura prolungata di Hormuz: lo stesso autore ammette che uno scenario del genere «farebbe ancora molto male» a Pechino.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 24 giugno 2026




