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Egitto, Sisi annuncia l’addio nel 2030 con una successione sotto tutela militare

Nel 2014 Abdel-Fattah el-Sisi arrivò alla presidenza egiziana dopo il rovesciamento del governo dei Fratelli Musulmani di Mohamed Morsi; nel 2030, a fine del terzo mandato, intende lasciarla. Un commento di esperti pubblicato da Chatham House il 22 ottobre 2026 legge l’annuncio come l’effetto di una crisi economica strutturale e di una concezione della sicurezza dello Stato, e ritiene che le forze armate manterranno un’influenza decisiva sulla scelta dei vertici anche dopo di lui.

L’impegno è stato preso il 17 ottobre, durante la cerimonia di diploma all’Accademia militare egiziana. Sisi, 71 anni, ha escluso nuove modifiche costituzionali per prolungare il proprio governo, definendo la questione «completamente risolta» e non discutibile. Se manterrà la parola, sarebbe il primo presidente egiziano a congedarsi senza morire in carica, finire in carcere o essere travolto da una sollevazione. Secondo gli autori la notizia ha sorpreso gli osservatori e forse anche parte degli apparati statali.

Il primo fattore indicato è economico. Il modello fondato sul debito, che ha finanziato grandi opere e sostenuto il peso dei militari nell’economia, avrebbe frenato le riforme necessarie. Nel bilancio di quest’anno il servizio del debito assorbe il 63,9 per cento della spesa prevista, contro il 43 per cento del 2014. Gli interessi, in rapporto al prodotto interno lordo, superano insieme le voci per istruzione, sanità, salari e sussidi.

Il debito estero è passato da 46,1 miliardi di dollari nel 2014 (16,4 per cento del PIL) a 164,8 miliardi (38,9 per cento) alla fine del primo trimestre 2026. La sterlina egiziana è scesa da 7,14 a circa 53,8 per dollaro nell’ottobre 2026. L’inflazione urbana, all’8,3 per cento nel maggio 2014, ha toccato il 13,9 per cento a settembre 2026 e si prevede in ulteriore aumento. Nel 2023 il tasso nazionale di povertà ufficiale ha raggiunto il 35,7 per cento.

Il commento ipotizza che Sisi abbia valutato la necessità di un nuovo patto sociale per evitare disordini che potrebbero rimuoverlo dal potere o gettare il Paese nel caos. Giudica probabile anche un accordo a tutela sua e dei familiari da future azioni giudiziarie, come condizione dell’uscita di scena.

Il secondo fattore riguarda la visione dello Stato. La rivolta del 2011, da lui definita «il certificato di morte dello Stato egiziano», ha plasmato un presidente che indica nell’esclusione degli islamisti, chiamati «ahl elshar» (gente del male), la condizione della prosperità nazionale. Nel discorso all’Accademia ha ricordato di aver imposto l’articolo 200 negli emendamenti costituzionali del 2019, che di fatto assegna ai militari la custodia dell’identità nazionale laica e del regime. Per gli autori, andarsene nel 2030 potrebbe quindi essere coerente con quegli obiettivi, affidati a successori formati dall’esercito.

Le forze armate finanzieranno un corso di 30 mesi all’accademia militare per preparare i futuri dirigenti, tra cui ministri, parlamentari, governatori ed eventualmente un presidente. Vi accederanno candidati con dottorato e di età compresa tra 40 e 50 anni; chi ha svolto almeno sei anni di servizio nel governo sarà esentato. Gli egiziani potranno poi «eleggere e scegliere» tra i diplomati, mentre resterebbe escluso chi fosse «tendenzioso, traditore o criminale».

Il meccanismo, osserva il commento, sostituisce il filtro elettorale con criteri di competenza e restringe la platea dei candidati graduati. Potrebbe configurare una tutela militare informale sopra presidente e governo, simile alla Turchia degli anni Novanta. Gli autori prevedono possibili ricorsi per incostituzionalità, dato che il requisito del titolo post-laurea esclude molti, e una competizione tra i principali apparati di sicurezza. Ricordano inoltre la resistenza dei giudici a gennaio verso il ruolo dell’accademia nelle nomine.

Resta aperta la possibilità di un ripensamento. Istituzioni e figure della rete di patronato potrebbero fare pressione perché Sisi resti, e le spinte aumenterebbero se l’esercito fosse coinvolto in conflitti regionali: il presidente ha chiesto al parlamento l’autorizzazione a schierare truppe per difendere l’Arabia Saudita dagli attacchi houthi. Un peggioramento delle condizioni di vita potrebbe convincerlo che la permanenza garantisca meglio la stabilità.

Nel lungo periodo, concludono gli autori, la scelta potrebbe favorire una transizione verso un governo meno autoritario: sono passati 15 anni dal 2011 prima che un presidente promettesse un avvicendamento ordinario. Ciò dipende dal rispetto della parola data e dalla tenuta della stabilità sociale fino al 2030; solo allora la tutela militare potrebbe essere letta come una fase di passaggio verso una società più aperta.

Il commento di GrNet.it

Nel testo mancano del tutto i partner esterni dell’Egitto: non si dice quanto creditori e alleati abbiano pesato sulla decisione né come reagirebbero a una successione guidata dall’accademia militare. Per l’Italia, che con il Cairo condivide il Mediterraneo, la questione non è marginale, perché una transizione che incrina la tenuta sociale avrebbe ricadute difficili da isolare entro i confini egiziani. Anche l’eventuale invio di truppe in Arabia Saudita, citato solo come fattore di pressione sul presidente, meriterebbe una valutazione sulle capacità e sul logoramento delle forze armate egiziane. Sono elementi che andrebbero chiariti prima di dare per scontata la lettura della tutela militare come fase di passaggio.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 22 ottobre 2026

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