Diesel russo e Ucraina: all’Europa tocca finanziare l’inverno di Kyiv

Cinque altiforni delle acciaierie ucraine sono stati messi fuori uso in modo permanente dagli attacchi russi delle ultime settimane. Il dato rientra, secondo un commento pubblicato il 14 ottobre 2026 da Chatham House, in una campagna di missili balistici e droni diretta contro l’economia di Kyiv. L’autore sostiene che i leader europei non debbano lasciarsi distrarre dal nuovo scontro tra Washington e Kyiv: la questione urgente è come sostenere il Paese durante l’inverno.
L’occasione è l’accordo tra il presidente Donald Trump e Mosca, che potrebbe immettere sui mercati globali milioni di barili di diesel russo. L’intesa è stata criticata dai Democratici e anche da alcuni Repubblicani di primo piano. Trump l’ha presentata come un modo per ottenere «prezzi più bassi per gli americani» in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Il commento giudica incerto che l’accordo sposti voti, ma rileva che apre una nuova disputa con il presidente Volodymyr Zelenskyy.
Negli ultimi tempi, osserva il testo, la strategia russa è cambiata. Alcuni si attendevano una nuova mobilitazione e un’offensiva nel Donbas; Vladimir Putin ha invece intensificato i raid contro porti, depositi di cereali e navigazione, con l’apparente scopo di bloccare l’export agricolo. Sono stati colpiti ponti sul Dnipro a Kyiv, linee ferroviarie in tutto il Paese, la rete elettrica (anche nella trasmissione, nonostante la «tregua energetica» che Trump dice parte dell’intesa) e hub logistici, commerciali e di stoccaggio. L’obiettivo ipotizzato è riportare l’economia in recessione, minare il morale della popolazione e forse provocare una nuova ondata migratoria.
Le ricadute sul bilancio sono quantificate. L’Ucraina aveva già segnalato un divario di 27 miliardi di dollari nel finanziamento della difesa per il 2026 e un fabbisogno di bilancio scoperto di 32 miliardi per il 2027. Il Fondo monetario internazionale, scrive l’autore, rischia di sospendere ulteriori erogazioni dai 7 miliardi di dollari dell’Extended Financing Facility se il vuoto non verrà colmato o non arriveranno nuove garanzie.
Secondo il commento, Putin punta ad alzare il costo del sostegno a Kyiv mentre le finanze pubbliche europee sono in difficoltà e l’estrema destra, in genere contraria a finanziare lo sforzo bellico ucraino, appare in crescita in alcuni Paesi. Con elezioni importanti in vista, in particolare in Francia il prossimo maggio, mirerebbe a far apparire la causa ucraina senza speranza e insostenibile per i contribuenti. Intanto i leader dell’Unione europea si riuniscono a Bruxelles per un vertice di due giorni.
Il testo propone di aumentare l’Ukraine Support Loan da 90 miliardi di dollari, approvato dal Consiglio europeo nel dicembre 2025. Preferibile, a suo avviso, sarebbe sequestrare i 210 miliardi di euro di attivi della Banca centrale russa immobilizzati nell’Unione, in gran parte in Belgio, e i 25 miliardi di euro nel Regno Unito. Il Belgio, contrario finora, non dovrebbe avere un veto sulla sicurezza europea, ma le sue preoccupazioni sulle responsabilità legali andrebbero accolte con un indennizzo a carico della comunità europea. Gli attivi passerebbero a un veicolo societario ad hoc gestito dall’Ue, per generare rendimenti più alti da destinare a strumenti simili all’Extraordinary Revenue Arrangement.
Quanto alla protezione dell’economia, la difesa aerea è scarsa a causa della guerra di Trump con l’Iran. Il commento indica quindi soluzioni finanziarie, a partire da un meccanismo di compensazione delle prime perdite che renda più disponibili gli assicuratori privati e permetta una ricostruzione rapida di fabbriche, aziende agricole, impianti energetici e infrastrutture logistiche.
Il secondo strumento è l’estensione dell’Ukrainian Recovery and Reconstruction Guarantee Facility (URGF), promossa dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. L’URGF copre oggi fino a 2 milioni di euro per spedizione e 5 milioni per cliente, per 60 giorni di transito e solo nella formula «Free on Board», lasciando scoperto il grano in porto o in magazzino. Poiché l’export di cereali vale tra 10 e 11 miliardi di dollari l’anno, l’autore propone di ampliare la copertura anche ai terminal portuali. La soluzione ottimale resterebbe un accordo che riporti Mosca alla precedente intesa sulla navigazione nel Mar Nero, oppure una forma di copertura aerea o difensiva della NATO.
Il commento di GrNet.it
Un magazzino portuale con il grano in attesa d’imbarco e una polizza che copre il tragitto in mare ma non la banchina: è il punto in cui, nel testo, il rischio resta senza garante. La proposta di una copertura aerea o difensiva della NATO per il traffico marittimo occupa però una sola riga, senza dire con quali mezzi, con quali regole d’ingaggio e a carico di chi. Se i sistemi di difesa aerea sono scarsi per la guerra con l’Iran, come l’autore stesso nota, la questione riguarda direttamente chi nell’Alleanza dovrebbe fornirli, Italia compresa. Resta aperto se la leva finanziaria possa davvero sostituire la protezione fisica di porti e depositi.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 14 ottobre 2026






