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Dazi Usa, l’incertezza commerciale diventa strutturale

Sessanta economie, che insieme forniscono il 99 per cento delle importazioni statunitensi, sono state colpite il 24 luglio da una tariffa minima del 10-12 per cento, giustificata da un’indagine sul lavoro forzato che non ha preso di mira le aziende coinvolte ma ha accusato i paesi di tollerarne l’importazione di beni. È uno dei tasselli dell’ondata di dazi varata dall’amministrazione Trump nell’estate 2026, ricostruita in un commento di Chatham House, secondo cui la politica commerciale americana resterà imprevedibile e costosa anche dopo le contestazioni legali in corso.

Il mese di luglio ha segnato la scadenza dei dazi temporanei imposti a febbraio 2026 in base alla sezione 122 del Trade Act del 1974, norma che consente tariffe fino al 15 per cento per centocinquanta giorni in risposta a squilibri nei pagamenti internazionali. Era il tentativo dell’amministrazione di mantenere una forma di dazio globale dopo che la Corte Suprema aveva bocciato l’uso dei poteri d’emergenza alla base del ‘Liberation Day’ dell’aprile 2025. Da marzo 2026 Washington ha quindi aperto una serie di indagini ai sensi della sezione 301, che permette di colpire i paesi ritenuti responsabili di pratiche commerciali sleali verso gli esportatori statunitensi.

Ai dazi sul lavoro forzato si sommano misure mirate: tariffe del 50 per cento su alcuni beni canadesi, invocando per la prima volta la sezione 338 del controverso Smoot-Hawley Act del 1930, e del 25 per cento su prodotti brasiliani, interpretate da più osservatori in Brasile come mosse politicamente motivate in vista delle elezioni. Sono in corso ulteriori indagini su sedici economie, tra cui Cina, India, Giappone e Unione europea, per presunta ‘eccesso di capacità’, mentre Washington ha riaperto un dossier del 2019 sul cosiddetto protezionismo digitale che riguarderebbe soprattutto paesi europei e Canada. Anche il settore farmaceutico è coinvolto, con tariffe fino al 100 per cento su alcune aziende giustificate da motivi di sicurezza nazionale, e un’indagine specifica sulla Germania legata alle politiche di contenimento della spesa farmaceutica.

Sul fronte cinese la tregua commerciale regge a fatica: agli esistenti dazi del 12,5 per cento sui beni cinesi per lavoro forzato si è aggiunto il divieto di importare robot umanoidi di fabbricazione cinese, mentre Pechino continua a rafforzare il controllo sulle esportazioni di minerali critici. L’ex negoziatrice statunitense Wendy Cutler ha osservato che mantenere in piedi la tregua sembra ormai l’unico obiettivo rimasto.

Il rapporto segnala inoltre le criticità del sistema di esenzioni, che copre circa metà delle importazioni colpite e ha già sollevato dubbi di trasparenza, come documentato da un’inchiesta del New York Times sui criteri applicati a settori come i diamanti. Sul piano istituzionale, il Congresso si muove in direzioni contraddittorie: mentre il senatore Ron Wyden ha proposto una legge per restituire al Congresso il controllo sulla politica commerciale, un’altra proposta bipartisan che assegnerebbe al presidente ulteriori poteri tariffari contro la Russia sta avanzando con ampio sostegno. Secondo Chatham House, questa passività congressuale rischia di rendere sempre più difficile, per le future amministrazioni, abbandonare i dazi come strumento politico a basso costo.

Il commento di GrNet.it

Un’azienda europea che deve decidere se aprire una linea produttiva negli Stati Uniti si trova oggi a calcolare non solo i costi di partenza ma la probabilità che le regole cambino entro centocinquanta giorni, come è già accaduto con la sezione 122. È lo scenario che l’analisi descrive senza affrontarne fino in fondo l’implicazione per le imprese italiane esportatrici, spesso di dimensioni troppo piccole per permettersi uffici legali dedicati a rincorrere esenzioni caso per caso. La sovrapposizione di dazi su lavoro forzato, farmaceutica e protezionismo digitale colpisce trasversalmente comparti in cui il made in Italy è esposto, dal farmaceutico al manifatturiero di precisione. Manca, nel dibattito riportato, una stima di quanto l’incertezza normativa pesi sugli investimenti pianificati dalle imprese europee negli Stati Uniti, dato che sarebbe utile per orientare le strategie di diversificazione dei mercati di sbocco.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 7 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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