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Libia, la mediazione Usa tra unità nazionale e accesso al petrolio

«Il petrolio è sempre stato un interesse chiave nel guidare la politica statunitense in Libia»: lo ha dichiarato Claudia Gazzini, analista senior per la Libia dell’International Crisis Group, in una intervista a Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute che ha esaminato la missione diplomatica di Massad Boulos, inviato di Trump per Africa e Medio Oriente nonché suocero della figlia del presidente, Tiffany.

Boulos ha attraversato il Paese negli ultimi mesi per incontrare i rappresentanti dei due governi rivali libici, con l’obiettivo dichiarato di costruire un’intesa di condivisione del potere capace di porre fine a quindici anni di violenze armate e frammentazione politica. Ufficialmente Washington presenta questo sforzo come un contributo alla pace e alla democrazia, in vista di elezioni nazionali.

Secondo l’analisi, l’interesse reale dell’amministrazione Trump andrebbe oltre la stabilità regionale: l’obiettivo sarebbe garantire alle imprese statunitensi un accesso preferenziale alle riserve petrolifere libiche, le più ampie del continente africano. Aziende come Chevron, ConocoPhillips e Halliburton hanno incrementato gli investimenti nel settore nell’ultimo anno, mentre ExxonMobil ha revocato ad agosto la sospensione decennale delle proprie attività firmando un memorandum d’intesa con la National Oil Corporation libica per studi sulle risorse offshore.

Gazzini osserva inoltre che a Trump interessa anche l’aspetto simbolico: essere visto come artefice della pace in un ulteriore conflitto, ad aggiungersi a un elenco di guerre che il presidente rivendica di aver concluso, anche se diversi di questi accordi — tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, Egitto ed Etiopia, Serbia e Kosovo, Israele e Hamas — si sono in seguito riaperti.

Il contesto energetico globale rende la Libia più rilevante: la guerra avviata da Trump con l’Iran ha ridotto a un flusso minimo il traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz, mentre restano incerte anche le rotte del Mar Rosso. Diversificare le fonti di approvvigionamento lontano da questi punti di strozzatura, secondo l’articolo, ridurrebbe i costi di futuri blocchi causati da conflitti mediorientali.

Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, seguita all’intervento aereo guidato dagli Stati Uniti nell’ambito della NATO, la Libia è rimasta priva di un governo centralizzato, divisa tra il Governo di unità nazionale sostenuto dall’ONU, guidato dalla famiglia Dbeibah e basato a Tripoli, e le Forze armate arabe libiche della famiglia Haftar, che controllano l’est del Paese da Bengasi. Secondo fonti giornalistiche citate nell’articolo, l’accordo in discussione prevederebbe la presidenza ai Dbeibah e la carica di primo ministro agli Haftar, perpetuando di fatto il controllo di entrambe le famiglie sul potere.

Ad aprile Stati Uniti e altri Paesi hanno negoziato un bilancio statale unificato tra i due governi rivali, presentato da Washington come il primo bilancio nazionale in oltre un decennio. L’accordo, tuttavia, non è stato ancora attuato. Gazzini dubita che il bilancio sia realmente comprensivo come sostenuto dagli Stati Uniti, imputando la mancata attuazione all’opacità delle trattative condotte a porte chiuse. Resta inoltre irrisolto il nodo del comando militare unificato, poiché la dottrina di Haftar esclude da tempo la diluizione del comando tra più figure.

Il commento di GrNet.it

Un bilancio statale unificato annunciato ad aprile e mai attuato dice più di molte dichiarazioni ufficiali sulla reale tenuta della mediazione americana in Libia. La sequenza è nota a chi ha osservato altri tentativi di state-building affidati a intese tra fazioni armate senza una riforma delle istituzioni di sicurezza: l’accordo sulla carta regge finché non si tocca il comando militare, punto su cui Haftar non ha mai concesso diluizioni. Per l’Italia, che nel Mediterraneo centrale ha interessi energetici diretti tramite Eni e una frontiera marittima immediata con la Libia, la questione non è solo diplomatica: un accordo di spartizione del potere che lasci intatte le strutture di comando parallele rischia di consolidare instabilità cronica proprio a ridosso delle rotte migratorie e degli asset infrastrutturali nazionali. Vale la pena distinguere, in questo caso, tra il progresso rivendicato da Washington e quanto verificato sul terreno, che finora resta scarso.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 28 luglio 2026

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